Torna lo scudo fiscale!

tremonti_giulio Addio al Dpef che dal prossimo anno verrà sostituito con il Dfp (Decisione di finanza pubblica) e ben tornato allo scudo fiscale, contestatissimo dalle opposizioni. Alla Camera, infatti, è arrivato il via libera del Consiglio dei Ministri al Documento di Programmazione Economica e Finanziaria 2010-2014 ed è stato presentato anche un emendamento al decreto anticrisi per favorire il rientro dei capitali depositati all’estero. L’imposta si applica su di un rendimento lordo presunto in ragione del 2% l’anno per i cinque anni precedenti il rimpatrio, con un’aliquota complessiva del 50% annuo complessiva di interessi e sanzioni. In pratica, l’aliquota sarà del 5%.
Per quanto riguarda invece il Dpef 2010-2014, il governo insiste sulla linea dell’ottimismo come arma per uscire dalla crisi e prevede che il 2009 sconterà ancora gli effetti della recessione internazionale con il Prodotto interno lordo in calo del 5,2%, ma già in ripresa nel 2010 quando la locomotiva Italia riprenderà a marciare con un +0,5% nel 2010 e un altro +2% per ciascuno degli anni 2011-2013.
Tenuta dei conti pubblici, coesione sociale e liquidità alle imprese, a partire da quelle piccole e medie. “Sono questi i principali obiettivi del documento – spiega il ministro dell’economia Giulio Tremonti – per contrastare e fronteggiare la crisi e risanare la finanza pubblica”. Obiettivi perseguiti già dal precedente documento, rivendica il numero uno di via XX settembre, dove “si parlava di crisi” e “c’era già chiara la traccia politica di quello che avremmo e abbiamo fatto” con obiettivi che sono “stati raggiunti”.
Confermate, comunque, le difficili prospettive già annunciate, nelle scorse settimane, dalle previsioni di Bankitalia e Confindustria, non mancano timidi segnali di ottimismo. Rimandato, quindi, al 2010 anche ogni spiraglio di uscita dal tunnel della disoccupazione, che quest’anno si attesterà sull’8,8% della forza lavoro.
Per quanto riguarda il debito pubblico, che nel 2008 si è attestato al 105,7%, salirà quest’anno di quasi dieci punti al 115,3%, toccherà il 118,2% nel 2010 per poi ridiscendere al 114,1% nel 2013.
Capitolo a parte per lo scudo fiscale. Il pacchetto di emendamenti presentati dal Governo e dai relatori al decreto legge anticrisi prevede che i capitali che si trovano nei Paesi extra Ue dovranno essere rimpatriati, mentre quelli che si trovano in Paesi dell’Unione europea potranno essere sia regolarizzati (lasciandoli all’estero) sia rimpatriati.
Nel testo non si fa riferimento esplicito una aliquota ma si riporta la formula di tassazione: “L’imposta si applica su un rendimento lordo presunto – si legge nelle relazione tecnica – in ragione del due per cento annuo per i cinque anni precedenti il rimpatrio o la regolarizzazione e con un aliquota sintetica del cinquanta per centro per anno comprensiva di interessi e sanzioni”.
Mentre la regolarizzazione delle attività “finanziarie e patrimoniali detenute almeno al 31 dicembre 2008” potrà avvenire dal 15 settembre 2009 al 15 aprile 2010. Quindi l’ombrello fiscale, nell’ultima versione, riguarda solo l’omessa dichiarazione e la dichiarazione infedele.
Lo scudo dovrà avere l’ok europeo e altri paesi, Stati Uniti in testa, stanno mettendo a punto regole simili”, assicura Giulio Tremonti. Ma le opposizioni insorgono, puntando l’indice su un “nuovo condono”. Inaccettabile, attacca il segretario del Pd Dario Franceschini; una misura che “serve solo a una piccola casta piduista”, per Antonio Di Pietro.
Confermata, infine, anche la parificazione tra uomini e donne per l’età pensionabile nel settore pubblico, imposta dall’Europa. Nel 2010 le impiegate statali andranno in pensione a 61 anni, dagli attuali 60. La soglia aumenterà poi di un anno ogni due per arrivare nel 2018 a quota 65 anni, età in cui oggi i loro colleghi di sesso maschile smettono di lavorare.

Fini e Marcegaglia: “No alle gabbie salariali”

marcegaglia03g Sulle stesse posizioni il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, e il presidente della Camera, Gianfranco Fini, che hanno detto un deciso no alle gabbie salariali.
Apredno i lavori del Convegno “Impresa e lavoro nella Costituzione”, Fini ha infatti affermato che “Un rinnovato clima di collaborazione tra capitale e lavoro dovrà favorire più moderni ed efficienti meccanismi che promuovano la produttività dell’azienda insieme con gli incentivi salariali e l’aumento del reddito a disposizione dei lavoratori. Un auspicio in tale direzione è mosso anche dalla necessità di dare attuazione, nell’odierna situazione sociale ed economica, al disposto dell’articolo 36 della Costituzione che prevede una retribuzione, per il lavoratore, ‘proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro’”.
”Personalmente – rimarca Fini – non credo che il ritorno al passato di una diversificazione territoriale dei salari produrrebbe alcunché di positivo per il Paese. In questo modo si darebbe un messaggio disgregante ai territori più deboli del Paese”.
Condivise da Confindustria le parole del presidente Fini che per bocca della Marcegaglia così si esprime “Siamo contrari alle gabbie salariali. Per noi la differenza salariale deve nascere azienda per azienda attraverso la riforma del modello contrattuale che collega il salario alla produttività”.
”Noi abbiamo fatto una riforma del modello contrattuale proprio per migliorare l’incontro tra produttività e salario in una logica aziendale. Siamo contrari, perciò – conclude – a ogni logica dirigista che lega il salario all’inflazione e che porterebbe a una indicizzazione piena delle retribuzion
i”.
Concorde anche l’opposizione che tramite il responsabile Lavoro, Cesare Damiano, ha sottolineato che
”un ritorno ai differenziali territoriali nelle retribuzioni creerebbe nuovi squilibri, ingiustizie e non porterebbe a nessun risultato apprezzabile”.
Su tutt’altra linea Umberto Bossi per il quale la proposta delle gabbie salariali rimane prioritaria, soprattutto per la Lega, sebbene il leader del Carroccio ci tenga a sottolineare che si tratta di una proposta del popolo.

Maroni benedice le proposte del PD

11

”In un momento di difficolta’ e di crisi, a chi ha di piu’ si puo’ chiedere un contributo. E poi, se Bossi ha detto che va bene, per me va bene”. Il ministro dell’Interno Roberto Maroni, intervenuto a ‘Otto e mezzo’ su La7, commenta cosi’ la proposta, lanciata oggi dal segretario del Partito Democratico Dario Franceschini, di un “contributo di solidarieta’” di 500 milioni di euro complessivi da far pagare agli italiani che denunciano un reddito imponibile superiore a 120 mila euro.

Le idee del PD

3

Il segretario del Pd Dario Franceschini propone di aiutare in tempi di crisi le fasce più deboli introducendo un contributo di solidarietà sui redditi da 120mila euro, e il leader della Lega Nord Umberto Bossi apre all’iniziativa.

“Questo può anche andar bene in un momento di crisi”, ha detto oggi Bossi a Montecitorio ai giornalisti che gli chiedevano se fosse d’accordo con la proposta di Franceschini.

Come riportato dai media, il segretario del Pd ha proposto l’introduzione di “un contributo straordinario di due punti sull’Irpef dei redditi alti, da quelli dei parlamentari in su, e cioè di 120mila euro”.

Da questa “una tantum” verrebbero 500 milioni di euro “per il volontariato e i comuni per contrastare la povertà estrema, per chi non ha nulla”.

In occasione dello sciopero contro la crisi economica dello scorso 13 febbraio, la Cgil aveva chiesto di aumentare la tassazione dei redditi superiori ai 150mila euro e di destinare il miliardo e mezzo così ottenuto al sostegno dei redditi più deboli.