Istat: redditi più cospicui al nord

Benestanti

Benestanti

L’Istat, in seguito ad un’ulteriore ricerca, ha potuto rilevare una diseguaglianza nella distribuzione dei redditi alle famiglia dello Stivale. Pare, infatti, che più della metà dei redditi (il 53%) siano stati erogati al nord, e solo il 21% al centro.

Nonostante si sia registrata anche una tendenziale crescita dei redditi (paril al +3.2), il nord Italia si distacca ancora troppo dal resto delle altre zone della penisola. Liguria e Lombardia sono le due regioni che avanzano economicamente con maggiore successo, insieme a Piemonte e Valle d’Aosta.

La regione che si trova nella situazione meno promettente parrebbe essere l’Umbria che, con solo il +2.5% di crescita, non ha tenuto testa all’avanzamento delle altre aree. Buonissima l’Emilia-Romagna ed il Veneto (rispettivamente, +4% e +3%).

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Economia e Lavoro in Italia: differenza tra nord e sud

Nord e Sud

Nord e Sud

Uno studio della Svimez messo a punto dalla “Rivista Economica del Mezzogiorno” ed incentrato sulle politiche economiche dello Stivale, rivela che la panisola soffra di grandi discrepanze lavorative tra nord e sud, con un picco di negatività in quest’ultima area geografica.

Che cosa accade nella parte meridionale dell’Italia? Diversi studi hanno rilevato che la tendenza all’arenamento nel campo del lavoro deriva da diversi fattori: il “lavoro nero”, così viene definito, includendo anche tutte le pratiche che danno poche garanzie al lavoratore, tra cui tassi d’interesse, i contratti atipici ed il basso investimento per ricerca e sviluppo.

Il costo del lavoro nel meridione, inoltre, sarebbe affetto da uno dei tassi più elevati della nazione: e se in Puglia la situazione è semi-normale, in Calabria, Sicilia e Basilicata si arriva fino a picchi del 26.4%.

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Identikit del precariato italiano

precari Si riaccende il dibattito sulla questione del posto fisso, soprattutto dopo l’intervento sul tema da parte del Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.
La situazione in Italia continua ad essere sul fronte lavoro piuttosto preoccupante.
Stando agli ultimi dati, infatti, sono oltre 3,5 milioni le persone che hanno un posto precario, di cui ben il 58,7% donne.
A rivelarlo una recente indagine della Cgia di Mestre, che ha anche sottolineato come l’esercito dei precari si concentri soprattutto al Sud e come il fenomeno interessi i settori alberghiero, della ristorazione e dell’agricoltura.
L’indagine della Cgia di Mestre ha anche tracciato un’identikit del precario italiano, sottolineando come il fenomeno interessi i dipendenti a termine involontari, i dipendenti part time involontari, i collaboratori che presentano contemporaneamente tre vincoli di subordinazione e i liberi professionisti e lavoratori in proprio – le cosiddette Partite Iva – che presentano contemporaneamente tre vincoli di subordinazione.
In termini territoriali, la Calabria vanta un record, con il 23,3% di precari sul totale degli occupati. A seguire la Sicilia (con il 22,1%), la Sardegna (con il 21,3%), la Puglia (19,5%) e la Basilicata (17,2%). In questa classifica al contrario, all’ultimo posto si trova la Lombardia che vanta – in termini assoluti, il maggior numero di precari ma che incidono per appena il 12% del totale degli occupati in regione.
Suddivisi per settore produttivo, spiega il report della Cgia, sono i servizi pubblici e sociali quelli a più alto tasso di precarietà (il 28,1% degli occupati del settore), gli alberghi e i ristoranti (con il 25,9%) e l’agricoltura (24,6%). Chiude l’intermediazione monetaria con l’8,9%.

Un esodo senza fine

valigiaa Secondo i dati recentemente diffusi dal Rapporto Svimez 2009, il Sud Italia sarebbe la periferia d’Europa. Accentuatosi il divario tra Nord e Sud, incrementatosi a causa della crisi economica, sempre di più sarebbero i giovani laureati che abbandonano le loro terre d’origine per trovare fortuna al Centro e al Nord. Una vera e propria fuga di cervelli che tra il 1997 e il 2008 ha causato l’esodo di ben 700mila giovani.
L’87 per cento ha abbandonato soprattutto la Campania, la Sicilia e la Puglia, giovani costretti ad abbandonare le proprie terre per sfuggire a lavori interinali, in nero o sottopagati, lanciandosi alla ricerca di un lavoro che non offenda la propria dignità.
Così i migliori “dottori” meridionali, laureati con il massimo dei voti, sono costretti a lasciare le loro terre. Sono giovani (gli “spregiati terroni”!)e offrono alle altre regioni italiane competenze ad alto livello, ricoprendo mansioni importanti. Circa 173mila sono i pendolari che non chiedono nemmeno il cambiamento di residenza e tornano al Sud durante il weekend oppure una o due volte al mese per mantenere le proprie radici e tener vivi sentimenti ed affetti. Tanti sono i disoccupati, depressi e scoraggiati, tanti i precari.
Sono dunque proprio i migliori e i più coraggiosi che oggi se ne vanno, cioè quelli che non si accontentano di lavorare senza dignità e che rifiutano il sistema clientelare delle “raccomandazioni”. Desiderosi di realizzarsi positivamente nel lavoro, ricchi di idee e di sogni, credono nel “merito” e nelle opportunità che contesti sociali più avanzati possono offrire a chi si è impegnato seriamente sulle “sudate carte” per acquisire una solida preparazione culturale. Il rapporto Svimez parla solo di emigrazione interna a quanto pare, non dice quanti sono i giovani che fuggono all’estero: troppi anche quelli. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha commentato il rapporto affermando che le Istituzioni e tutta la società italiana dovrebbero diventare più consapevoli del divario tra Nord e Sud per mettere in atto opportune strategie. Intanto ai meridionali arrivano i calci di rigore della finanziaria, mentre degrado e criminalità crescono e non incoraggiano certo produttivi e seri investimenti.
Il Sud, tuttavia, non perde la fiducia: molti qui sono abituati a “rimboccarsi le maniche” e a spezzarsi la schiena anche con due o tre duri, umili lavori, pur di portar avanti la famiglia onestamente e di far studiare i figli. Altro che pizza, sole e mandolino.
Concludendo, quindi, per ora non ci resta che “sognare” di veder tornare i nostri figli a casa, immaginandoli felici e soddisfatti per nuove future opportunità lavorative create per loro. Se ciò avvenisse un giorno, forse questi giovani, pienamente realizzati nelle regioni che li videro nascere, potrebbero offrire il loro valido contributo alla rinascita del Sud.

Italiani sempre più poveri

soldi Gli italiani sono più ricchi o più poveri?
Questa la domanda che viene spontaneo porsi leggendo il rapporto del Dipartimento del ministero dell’Economia. Secondo i dati diffusi dagli uomini di Tremonti, le dichiarazioni dei redditi indicano che per il 2007 il reddito medio degli italiani si aggirerebbe intorno ai 18.892 euro, con una crescita del 3,1%.
Un dato che sorprende soprattutto se si tiene conto di altro, ovvero del fatto che ben il 50% degli italiani non supera la soglia dei 15mila euro, mentre un altro 80% si attesta intorno ai 26mila euro.
Pochi i fortunati, appena lo 0,2%, che riesce a superare i 200mila euro annui.

A confermarsi anche l’antica la tradizione che vede il Nord più ricco, con una media di 21.480 euro di reddito per il Nordovest, e appena 15.060 euro per il Sud. Tra le regioni anche qui una conferma, con la Lombardia che in media vede i suoi abitanti percepire 22.460 euro, in fondo alla classifica c’è la Calabria ferma a 13.410 euro, ben al di sotto della media nazionale.
A proposito di conferme, tra le categorie emerge la difficoltà dei pensionati, che in media incassano 13.448 euro ogni anno, anche qui segnando un aumento rispetto ai 13.046 euro dell’anno prima, mentre il lavoro autonomo vanta una media da 37.124 euro (+2%).
Infine il capitolo aziende. Secondo le elaborazioni del ministero, 419mila tra Spa e Srl e società in accomandita che hanno dichiarato un 2007 in rosso, contro 520mila in attivo. Tra il milione di società di persone, invece, il bilancio in negativo nel 2007 è stato registrato nel 15% dei casi, in media in rosso per 20mila euro, contro una media di 46mila euro di attivo per chi ha chiuso il bilancio in crescita.

Casa sempre più care e affitti in risalita

progetto-casaSono stati resi noti i dati diffusi dal Borsino immobiliare di Confedelizia, relativi alla vendita degli immobili in 104 province italiane, precisamente 47 ciità del Nord, 25 del Centro e 32 del Sud.
I dati confermano una certa stabilità dei prezzi ed un sostanziale ritorno all’affitto, ma stilla anche una classifica delle città più care e di quelle più “low cost“.
Tra i valori massimi di compravendita registrati da Confedelizia, spicca Venezia con una media di 9.500 euro al metro quadro, seguita da Roma con 7.800 euro al metro quadro e da Milano con 7.500 euro al metro quadro.
Venezia si conferma la più costosa anche per le zone semi-centrali con 6.200 euro almetro quadro, seguita da Milano al secndo posto con 5.000 euro al metro quadro e da Roma con 4.600 al metro quadro.
E non c’è due senza tre visto che Venezia si aggiudica il podio della città più cara anche per gli affitti nelle zone periferiche.
Dove invece si compra spendendo meno è a Vibo Valencia con 350 euro al metro quadro inuna zona periferica mentre ce ne vogliono 400 per una zona semicentrale. Al secondo posto delle più “economiche” si piazza Trapani dove bastano 480 euro al metro quadro per compare un appartamento in una zona centrale.
“Nel 2008 avevamo previsto una caduta delle transazione e quindi una discesa dei prezzi delle abitazioni – spiega Corrado Sforza Fogliani, presidente di Confedilizia – e così si è verificato. Nel 2009 invece siamo convinti che ci sarà una stabilità sia del numero delle transazioni che dei prezzi. Questo in parte è dovuto ai disinvestimenti da attività finanziarie, dovuto alla crisi economica, e al dirottamento della relativa liquidita’ negli immobili”.
Confedilizia, poi, sottolinea un ritorno all’affitto. ”Sono state confermate le previsioni di un anno fa circa il significativo aumento nel corso del 2008 del numero dei contratti di locazione -spiega Sforza Fogliani- risultato di diversi fattori, fra cui l’aumento dei tassi dei mutui. Per il 2009, prevediamo un consolidamento di tale ritorno di interesse per l’affitto, soprattutto a causa delle perduranti difficoltà di accesso al credito da parte delle famiglie”. Il presidente di Confedilizia, quindi, annuncia una campagna per favorire l’affitto: “Si chiamera’ ‘Casa Mon Amour’ per richiamare l’attenzione sugli oltre 40 mila immobili invenduti nei centri delle città -afferma Sforza Fogliani- e allora chiedo ai politici perché si continua a costruire, sottraendo zone all’agricoltura, al verde e all’ambiente. Vogliamo rilanciare l’affitto degli immobili già costruiti e allora proponiamo una cedolare secca al 20%, che stabilisca la non cumulabilità con altri redditi”. ”Oggi, invece -spiega Sforza Fogliani – l’attuale tassazione si aggira intorno al 50-60%. Con una tassazione cosi’ alta al proprietario di casa, pagate la tasse, rimane ben poco. E non siamo solo noi a dirlo che gli immobili hanno una scarsa redditività. In questo modo, invece, emergerebbero gli affitti in nero e si eviterebbero tutti quegli immobili sfitti”.

Social card, ancora problemi

socialcardUna nuova bufera investe la social card, dopo lo scandalo della “patacca” che il Governo aveva rifilato agli italiani, consegnando loro delle carte per i tre quarti vuote. Già perchè stando ai dati ben l’80% delle tesserine solidali volute dal ministro Tremonti sono andate al Sud, in barba ad uno dei pilastri fondamentali del federalismo fiscale, quello della “perequazione territoriale“.
Nord a secco quindi, capace di raccogliere solo briciole anche se nelle regioni del Nord Italia vive ben un terzo delle famiglie bisognose. A rivelare questa situazione l’Inps e l’Istat che denunciano come si sia difronte a due Italie. Da una parte una dove si può fare la spesa grazie all’aiuto dello Stato, e un’altra dove questo non è possibile.
Ma facciamo due conti.
La “Padania“, Emilia Romagna compresa, ospita circa il 45,5% della popolazione ma riceve solo il 16,8% delle carte “sociali”, mentre al Sud, dove risiede il 54,5% degli italiani, è andato il restante 83,2%.
Ora il fatto che dalla capitale in giù la povertà sia più “concentrata” non riesce comunque a giustificare questo eccessivo squilibro.
Ma come si è arrivati a questa situazione?
La media nazionale è di circa una carta ogni 140,7 abitanti, ma ciò non ha impedito di far piovere in Sicilia una carta ogni 52,7 abitanti, mentre in Lombardia ne è stata distribuita una ogni 434,3 abitanti. E le distanza si allargano ancora di più se vengono prese in considerazione altre regioni, visto che alla Campania è andata una tessera ogni 57,6 abitanti, in Calabria una ogni 67,4 abitanti, mentre in Trentino appena una ogni 897,7, in Emilia una ogni 408,7.
Alla base c’è ancora una volta un errore del Governo che di fatto non sembra aver tenuto conto di un fattore di certo non secondario, ovvero la forte disparità del potere d’acquisto da una regione all’altra, che di fatto al Nord risulta essere inferiore rispetto al Sud.
Necessario quindi un’inversione di rotta che, in pratica, porti all’abbandono degli strumenti “centralizzati” di lotta alla povertà che hanno mostrato tutta la loro inefficienza e sono stati utili solo come “spot” pubblicitari.
C’è quindi chi pensa che probabilmente si sarebbe fatto meglio ad assegnare la gestione della social card direttamente ai Comuni che di certo conoscono meglio i bisogni dei propri cittadini e sarebbero, quindi, stati capaci di assicurare una maggiore equità.
Insomma solo grattacapi per Tremonti che deve già fare i conti con il caso delle carte vuote. Stando, infatti, ai dati dell’Inps su 580.268 carte distribuite solo 423.868 sono state attivate, il che significa che quelle funzionanti sono solo un terzo, mentre il 27% sono praticamente “scoperte”.
Che cosa ne penseranno i beneficiari?