Scritto Venerdì 24 Luglio 2009 da Lucia Cocozza
“E’ un importante primo risultato della nostra mobilitazione a difesa del Made in Italy dalla stalla alla tavola che ha impegnato migliaia di allevatori ai valichi, ai porti, davanti agli stabilimenti industriali e nelle sedi istituzionali”. E’ quanto ha affermato il presidente della Coldiretti Sergio Marini nell’esprimere grande soddisfazione ed un sincero ringraziamento al Ministro delle Politiche Luca Zaia che ha presentato ufficialmente il decreto sull’obbligo di indicare l’origine in etichetta per latte e derivati che “è un grande risultato che va nell’interesse degli imprenditori agricoli ma soprattutto dei consumatori e della trasparenza e competitività dell’intero sistema Paese”.
Il Decreto obbliga ad indicare l’origine del latte impiegato nel latte a lunga conservazione e in tutti i prodotti lattiero caseari ma – sottolinea la Coldiretti - vieta anche l’impiego di polveri di caseina e caseinati nella produzione di formaggi. Si stabilisce chiaramente – precisa la Coldiretti – che il formaggio si fa con il latte e non con le polveri ma regolamenta anche l’impiego di semilavorati industriali (cagliate) nella produzione di formaggi e mozzarelle che dovrà essere indicato in etichetta. Oggi – prosegue la Coldiretti – tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro che sono stranieri senza indicazione in etichetta e la metà delle mozzarelle non a denominazione di origine sono fatte con latte o addirittura cagliate straniere all’insaputa dei consumatori. Si tratta di un inganno che è finalmente destinato a finire con l’Italia che – sostiene la Coldiretti – è leader europeo nella qualità ed ha il dovere di svolgere un ruolo di leadership a livello comunitario dove porteremo il provvedimento fino in fondo.
Secondo l’indagine Coldiretti-Swg la quasi totalità dei cittadini (98 per cento) considera necessario che debba essere sempre indicato in etichetta il luogo di origine della componente agricola contenuta negli alimenti, per colmare una lacuna ancora presente nella legislazione comunitaria e nazionale, ma in Italia la metà della spesa è ancora anonima. ll pressing della Coldiretti ha portato all’obbligo di indicare varietà, qualità e provenienza nell’ortofrutta fresca, all’arrivo dal primo gennaio 2004 del codice di identificazione per le uova, all’obbligo di indicare in etichetta, a partire dal primo agosto 2004, il Paese di origine in cui il miele è stato raccolto, all’obbligo scattato il 7 giugno 2005 di indicare la zona di mungitura o la stalla di provenienza per il latte fresco, all’etichetta del pollo Made in Italy per effetto dell’influenza aviaria dal 17 ottobre 2005 e all’etichettatura di origine per la passata di pomodoro a partire dal 1 gennaio 2008. Dal primo di luglio è arrivato anche l’obbligo di indicare l’origine delle olive impiegate nell’extravergine, ma molto resta ancora da fare e per oltre il 50 per cento della spesa – ha concluso la Coldiretti – l’etichetta resta anonima per la carne di maiale, coniglio e agnello, per la pasta, le conserve vegetali, ma anche per il latte a lunga conservazione e per i formaggi non a denominazione di origine.
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Tag:certificazione di qualità, imprese, latte. coldiretti, Made in Italy, produttori agricoli
Scritto Sabato 18 Luglio 2009 da Lucia Cocozza
Gli esperti di economia lo ripetono più volte: anche se si esce dalla tremenda recessione in atto gli effetti negativi sul mercato del lavoro continueranno a farsi sentire ancora per un po’ di tempo. Ieri è stata la volta dei vertici del Fondo monetario internazionale a ripetere la stessa cosa, spiegando in occasione del G8 a L’Aquila che la disoccupazione è vista ancora in aumento nel 2010 e forse anche nel 2011.
Parole del direttore generale Fmi, Strauss-Kahn, che ha sottolineato come “qualsiasi cosa accada sui tempi della ripresa più lunghi saranno gli effetti sul mercato del lavoro. La disoccupazione aumenterà forse anche nel 2011, dipende dai paesi’. A conti fatti, quindi, non ci sono molto spazi per rasserenarsi, l’onda lunga della crisi continuerà a falciare posti anche se si inizierà a uscirne con una certa decisione.
Il guaio è che l’Unione europea in un documento di due giorni fa segnalava la necessità dei paesi membri dell’Unione di iniziare a pensare a mosse per il rientro del proprio debito pubblico, aumentato a dismisura per lanciare interventi di sostegno economico a banche, imprese e lavoratori.
Ma l’aumento della disoccupazione per i prossimi due anni richiederebbe nuovi interventi di sostegno alle famiglie che invece l’Ue sembra voler mettere in discussione, basando la sua valutazione della crisi unicamente sulle banche e sulle imprese (che hano incassato, specie le prime, palate di miliardi di aiuti).
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Tag:1009, 2010, banche, crisi economica, euro, Fondo Monetario Internazionale, G8, imprese, ue
Scritto Giovedì 16 Luglio 2009 da Lucia Cocozza
La Bce regala alle banche di Eurolandia un rifinanziamento di 442 miliardi di euro al tasso dell’1 per cento, ma i nostri istituti di credito disertano il banchetto. Per poi stringere i cordoni della borsa rischiando di strozzare imprese medie e piccole che potrebbero superare la crisi con adeguata liquidità. Dato che queste aziende si affidano a molte banche (cinque in media per quelle con meno di 500 dipendenti), ognuna delle quali non è incentivata a tenere in vita il cliente ma a rientrare dei soldi prestati, potrebbe servire un coordinamento tra istituti, evitando – sotto la vigilanza di Bankitalia – comportamenti collusivi. Nell’ecumenica relazione Consob è rimasta nell’ombra la frattura che divide il presidente Cardia dalla maggioranza dei commissari sul modo d’intendere la comunicazione finanziaria nel Ventunesimo secolo: giornali di carta nazionali o internet?
Sono almeno 700mila le badanti straniere in Italia, di cui 300mila senza permesso di soggiorno. Se non vengono regolarizzate, dopo il varo delle truci norme contro i “clandestini”, un Governo già molto disattento ai problemi delle famiglie le lascerà ancora più sole.
Ha effetti peggiori del previsto la crisi globale sui paesi in via di sviluppo. Ma dal G8 dell’Aquila non sono uscite politiche incisive per combattere la povertà. I leader hanno assunto una nuova iniziativa sulla sicurezza alimentare, probabilmente insufficiente. E hanno ribadito impegni già molte volte disattesi. Speriamo funzioni il nuovo meccanismo di verifica degli impegni presi, mantenuti o mancati
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Tag:banche, BCE, consob, Eurolandia, finanziamenti, G8 Aquila, imprese, Italia, tasso di interesse, ue
Scritto Mercoledì 15 Luglio 2009 da Lucia Cocozza
L’interventi per garantire la liquidità alle imprese sono particolarmente importanti per il settore agricolo dove si è verificato un crollo dei prezzi alla produzione che ha coinvolto tutti i settori ed ha raggiunto il 16 per cento a giugno rispetto allo scorso anno. E’ quanto ha affermato la Coldiretti con riferimento alla proposta di Dpef, presentata dal Ministro Giulio Tremonti al tavolo di concertazione con le parti sociali, che vede tra gli obiettivi la tenuta dei conti pubblici, la coesione sociale, la liquidita’ alle imprese, a partire dalle piccole e medie. La crisi di liquidità delle imprese agricole – sottolinea la Coldiretti – è conseguenza della forte riduzione sia dei prezzi dei cereali (-33,3%), sia le quotazioni di vini e oli di oliva che su base annua hanno registrato, rispettivamente, contrazioni del 23,6% e del 20,4%. In netto calo anche i prezzi alla produzione della frutta (-21,7% sul giugno 2008), mentre le colture industriali chiudono il mese con una flessione tendenziale del 4,4%. Tra i prodotti zootecnici – continua la Coldiretti – il confronto su base annua segnala una variazione negativa per i prezzi alla produzione di suini (-4,9%) e bovini (-5,8%). Ancora più accentuato – conclude la Coldiretti – il calo delle quotazioni dei lattiero-caseari, che rispetto al giugno 2008 registrano in media una flessione del 14,7%, mentre segnano un meno 1,1% i prezzi degli ovicaprini
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Tag:2009, agricoltura, calo, coldiretti, Giulio Tremonti, imprese, interventi, prezzi, prodtti e beni agricoli
Scritto Lunedì 13 Luglio 2009 da Lucia Cocozza
Mentre continua la “guerra” tra banche ed associazioni per la difesa dei consumatori sulle presunte speculazioni degli istituti bancari a danno dei risparmiatori, un fatto è ormai palese, ovvero che il credito è diventato uno dei problemi principali per le imprese.
Da una recente indagine di Unioncamere infatti emerge che ben il 20,7% ha avuto difficoltà nell’accedere al credito bancario o perché hanno dovuto fronteggiare problemi legati alla limitazione nell’ammontare del credito erogabile, o perché gli spread sono aumentati, o perché si sono visti respingere la richiesta di credito.
Per questo il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello, ha sottolineato che “l‘emergenza credito resta alta. Crescono le imprese che bussano alla porta delle banche, ma in un caso su tre incontrano ostacoli a ottenere i finanziamenti“.
A ciò si aggiunge un altro dato preoccupante, ovvero quello che segnale che il 71% delle aziende industriali dichiara problemi di liquidità, per ritardi insostenibili nei tempi di pagamento di clienti e committenti e sul fronte della liquidità “molto stanno facendo i consorzi e le cooperative di garanzia fidi”. “I nostri dati più recenti dicono che il 41% delle piccole imprese e il 46% di quelle medie stanno reagendo alle difficoltà. Proponendo prodotti innovativi, rafforzando il proprio marchio, fidelizzando i clienti. E le aziende che prevedono un aumento degli ordinativi esteri nel secondo semestre del 2009 tornano a essere superiori a quelle che vedono nero”, incalza il presidente di Unioncamere.
In questo scenario i grandi gruppi bancari si sono dimostrati meno disponibili a concedere credito (il saldo tra aziende le cui richieste hanno avuto esito positivo e quelle che hanno avuto esito negativo è pari a –1,8 punti percentuali) rispetto alle piccole banche locali e a quelle di credito cooperativo (l’analogo saldo si attesta al +3,9 punti percentuali).
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Tag:accesso al credito, bache, dardanello, imprese, liquidità, unioncamere
Scritto Martedì 30 Giugno 2009 da Lucia Cocozza
Ben 12.334 euro, è la spesa media che ogni impresa deve sostenere all’anno per far fronte agli oneri amministrativi. E’ questo quanto rivela un’indagine effettuata in questo mese dal Centro Studi di Unioncamere che sottolinea che, rispetto al 2006, le imprese hanno speso circa 1,7 miliardi di euro in più con un incremento medio per ciascuna impresa del 4,4%. Una crescita, comunque, inferiore a quella dell’inflazione nello stesso periodo.
“I costi che le imprese pagano per gli adempimenti amministrativi sono purtroppo ancora molto elevati”, evidenzia il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello. “Indubbiamente è necessario procedere sulla strada della semplificazione amministrativa e della diffusione della telematica, che oggi – ed è un dato che ci conforta – interessa il triplo delle imprese rispetto al 2006”.
Un dato sorprendente emerge, ovvero il fatto che circa il 50% delle imprese formula un giudizio abbastanza positivo sui servizi offerti dalla Pubblica Amministrazione. Non mancano chiaramente gli insoddisfatti, un buon 32,2% che sottolinea come il meccanismo burocratico sia ancora troppo complesso e costoso.
Secondo la ricerca il costo medio sostenuto dalle imprese dei servizi (circa 12.700 euro) è superiore a quello delle aziende manifatturiere (circa 11.700 euro). Inoltre, l’indagine mostra che il 45,5% dell’ammontare complessivo degli oneri amministrativi pagati dalle imprese si riferisce a costi esterni mentre il restante 54,5% è relativo a costi interni all’impresa.
Anche la dinamica dei costi non lascia spazio a grande ottimismo. Per il 27,8% delle imprese i costi dei principali adempimenti amministrativi sono aumentati rispetto al 2007 (nel 2006, questa percezione interessava il 24,6% delle aziende) mentre per il 63,6% sono rimasti sostanzialmente invariati (la quota analoga era 60,2% nel 2006). Solo per l’8,5% del sistema produttivo si è registrata una diminuzione, in maniera pressoché identica all’ultima indagine.
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Tag:ferruccio dardanello, imprese, oneri amministrativi, pubblica amministrazione, unioncamere
Scritto Martedì 23 Giugno 2009 da Lucia Cocozza
Nuovo primato negativo per l’Italia. Stando ad una ricerca di Eurostat, il nostro paese è risultato quello con il maggior carico fiscale sul lavoro, sorpassando di gran lunga paesi come il Belgio e la Svezia. Ad aggravare la situazione nel nostro paese c’è poi il fatto che lo Stato non offre alcun tipo di supporto o di assistenza ai propri cittadini in difficoltà, come avviene invece in buona parte degli altri paesi europei.
Secondo Eustat le tasse e i contributi sociali rappresentano nel nostro paese ben il 44% del costo del lavoro, contro il 42,3% della Svezia e del Belgio.
Non va tutto così male, tuttavia, visto che l’istituto di ricerca europeo ha anche fatto notare come in Italia l’aliquota massima applicata alle dichiarazioni delle persone fisiche sia scesa di un punto percentuale, passando dal 45,9% al 44,9%. Più consistente la riduzione dell’imposizione fiscale per i redditi delle imprese che è calata di ben 10 punti percentuali, passando dal 41,3% del 2000 al 31,4% di quest’anno.
Ciò significa che le imprese incassano di più mentre i dipendenti vengono strozzati e non ricevono nulla in cambio, visto che l’Italia è tra gli ultimissimi posti per capacità di sostituire con aiuti pubblici la mancanza di un reddito da lavoro.
I lavoratori e i pensionati calcola Agostino Megale, della segreteria confederale Cgil, “portano nelle casse dello Stato quasi il 90% del gettito Irpef ed è dal 1993 che la tassazione media effettiva dei redditi da lavoro dipendente in Europa è pari al 16,8% e in Italia al 19,6%. Non a caso le retribuzioni nette negli ultimi 15 anni sono cresciute circa 4 punti in meno delle lorde e nelle buste paga risultano 6.738 euro cumulati di perdita di potere d’acquisto per i lavoratori dipendenti che ha trattenuto il fisco”.
Così il fisco più che togliere ai ricchi per ridistribuire a tutti, toglie ai soliti per non distribuire niente. E intanto l’evasione taglia le gambe a qualsiasi proposito. Megale infatti ricorda che “in Italia circa 3 milioni di persone evadono in proporzione più del 60% di quello che pagano regolarmente lavoratori dipendenti e pensionati. Si tratta di più di 100 miliardi all’anno persi dallo Stato, e quindi a tutti i cittadini onesti che non aiutano di certo una finanza, anche locale, già in difficoltà e che, invece, potrebbero essere utilizzati por fronteggiare la grave crisi in corso”
www.finanzaoggi.it Draghi:bisogna abbassare le tasse
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Tag:cgil, eurostat, evasione fiscale, imposte sul lavoro, imprese, lavoratori
Scritto Martedì 12 Maggio 2009 da Lucia Cocozza
E’ continuato per tutto il mese di aprile il ricorso, da parte delle aziende italiane, alla cassa integrazione. Le cifre sono state anche per questo periodo piuttosto elevate, sebbene l’aumento sembra stia procedendo ora con un ritmo più lento rispetto al mese di marzo.
A rivelarlo l’Inps che ha poi aggiunto a questo dato un altro, altrettanto significativo: quello del calo delle domande di disoccupazione. Dall’istituto fanno, infatti, sapere che ad aprile sono state autorizzate 45,4 milioni di ore di cassa integrazione ordinaria (cigo) e 20,8 milioni di cassa integrazione straordinaria (cigs): rispetto al mese di marzo si tratta di un incremento rispettivamente del 27,75% e del 21,39%. Un sensibile rallentamento rispetto al tasso di crescita del 37,45% e del 33,76% del mese di marzo rispetto a febbraio 2009.
Una frenata visibile che induce a sperare in una ripresa, ma che non deve essere eccessivamente sopravvalutata, visto che per uscire definitivamente dalla crisi ci vorrà ancora del tempo.
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Tag:calo, cassa integrazione, disoccupazione, imprese, Inps, lavoratori
Scritto Mercoledì 11 Febbraio 2009 da alberto


Anche il Giappone risente del momento nero dell’economia, salgono vertiginosamente le imprese in bancarotta, a gennaio si attestano al 16 %, ed aumentano i prestiti che le imprese chiedono alle banche per far fronte a questa situazione. La situazione è tutt’altro che rosea e anche in Giappone urgono interventi strutturali per far fronte alla crisi.
Ritenere di superare questo momento solo con aiuti statali di liquidità alle imprese potrebbe non essere sufficiente, servono riforme del diritto finanziario, nuovi incentivi alla ricerca nel settore industriale ed un monitoraggio continuo dell’azione delle banche.
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Tag:aiuti statali, banche, cer, crisi, economia, ici, imprese, incentivi, It, Lg, Tokyo, ue
Scritto Lunedì 2 Febbraio 2009 da Lucia Cocozza
Le aziende italiane sono giurassiche e non riescono a capirel’importanza e le potenzialità dei nuovi strumenti forniti da Internet, in particolare dal Web 2.0.
E’ questo ciò che emerge dalla conferenza realizzata dall’ossevatorio sulla Multicanalità della School of Management del Politecnico di Milano. La ricerca ci fornisce dei dati piuttosto interessanti.
Innanzitutto il fatto che, in uno scenario di forte crescita sia della cosapevolezza che dell’utilizzo dei canali di accesso come Internet e il Mobile, i consumatori italiani tendono sempre di più ad approcciardi alle aziende attraverso “multicanali”.
Non è quindi un caso che Internet costituisca la prima fonte di ricerca per circa il 21% degli italiani, che il 23% dei consumatori preferisca gli acquisti on line, che i blog e i social network ricoprano un ruolo sempre più importante nella scelta di un acquisto, che il 27% dei consumatori, prima di comprare, legga le opinioni di altri consumatori sui forum, che il 15% dei consumatori rinunci all’acquisto di un prodotto nel caso in cui abbia letto delle recensioni negative, e chi più ne ha più ne metta.
Ora, mentre il consumatore fa un grande utilizzo della multicanalità, lo stesso non può dirsi degli “offerenti”, ovvero delle aziende che rivelano ancora una tendenziale inerzia a cogliere le occasioni offerte dalla multicanalità.
Le aziende sono state classificate in 4 cluster:
le “miopi“(25%) che non hanno la minima conoscenza dei nuovi strumenti di comunicazione on line, le “vorrei ma non posso“(25%), in cui qualcuno tenta la strada dell’innovazione ma rimane sostanzialemte inascoltato, le “vorrei ma non ci riesco“(50%), che vorrebbero fare qualcosa sul fronte della comunicazione crosmediale ma non hanno la minima idea del come, ed infine le “Yes we can“, che conoscono le otenzialità della crossmedialità e sanno anche come sfruttarle.
La ricerca ha anche messo in evidenza come nella fase di ingaggio del cliente le aziende italiane preferiscano affidarsi ai canali tradizionali, emerginando internet e i nuovi media nonostante una crescita a due cifre rispetto al 2007 dell’advertising online e del Mobile Advertising.
Allo stesso tempo a mancare alle imprese italiane è anche una visione completa circa l’implementazione di una strategia di integrazione multicanale, che sappia ricomprendere tutte le fasi, dall’approcio al cliente, all’ascolto, al coinvolgimento del consumatore nei processi di creazione del valore dell’impresa. “Le motivazioni di tale mancanza di visione – si legge nel Rapport- sono legate a barriere di natura culturale, organizzativa, strategica e tecnologica che con intensità diversa in ciascuna azienda frenano un approccio strategico alla multicanalità.” In sintesi: Jurassic Management.
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Tag:classifica, crosmedialità, dell’advertising online e del Mobile Advertising, impresa, imprese, internet, Italia, Jurassic Management, web 2.0