Recessione: le donne sono le vere vittime

Donne bancarotta

Donne bancarotta

La bancarotta colpisce le donne 3 volte più che gli uomini, lasciandole scivolare all’ultimo posto della catena economica di questo decennio.

Il numero delle donne insolventi, in 1 solo anno, è salito repentinamente raggiungendo picchi da record (65.000). E la crisi tra le donne non è solo più grave, ma aumenta anche più rapidamente di quella maschile, almeno secondo quanto dichiarano i dati del Government’s Insolvency Service.

L’insolvenza femminile è schizzata del +22% in 12 mesi, rispetto allo stesso periodo (agosto, crf.) dell’anno precedente. Secondo alcuni esperti, questo fenomeno si verifica perché molte donne adottano degli stili di vita che, semplicemente, non possono permettersi.

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Le donne lavorano in media 12 anni in più degli uomini

Donne lavoratrici

Donne lavoratrici

Pare che, divise tra casa ed ufficio, le donne italiane lavorino in totale 12 anni in più rispetto agli uomini.

E’ stato anche calcolato che le donne italiane spendono dalle 3 alle 5 ore quotidiane per i lavori domestici, e sono in testa alla classifica europea; mentre gli uomini spendono solo poco più di un’ora quotidiana nelle faccende familiari, scendendo nella classifica europea.

Inoltre, bisogna precisare che se il lavoro svolto dalle donne lavoratrici nelle faccende familiari e domestiche venisse retribuito, dopo il pensionamento ammonterebbe dai 200 ai 290 mila Euro. Le regioni più “ricche” in Italia sono:
- Campania: 295 mila Euro;
- Lazio: 211 mila Euro;
- Lombardia: 194mila Euro.

(Foto © Chong-ebiz)

Donne: potenziale economico

donneLo avevano anticipato le Spice Girls già anni fa, il girl power è la regola vincente. In tutto.
Adesso lo conferma il Boston Consulting Group, che in campo economico mette le donne nella leading position per salvare il mercato globale dall’attuale crisi economica.

Le ragioni? Le donne, che si sono emancipate dalla loro condizione prettamente di mogli-madri-casalinghe, non hanno però perso la loro acutezza nella gestione pratica della famiglia. Ora che la donna è autonoma e ha un reddito personale, è in grado di spenderlo al meglio sia per i consumi in casa che a suo piacimento.

Il Boston Consoultin Group prevede anche che in cinque anni il divario di reddito tra i sessi si attenuerà grazie anche all’aumento del 50% del reddito al gentil sesso. Pare che il potenziale economico delle donne in questo settore sia estremamente importante, e che l’introduzione di figure femminili in monopoli maschili sia giusto, dovuto (e svegliati, mondo!) e salutare.

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Innalzamento dell’età pensionistica: il no dei sindacati

cgilFanno barriera sia la Cgil che la Cisl alla proposta del Governo di innalzare l’età pensionabile per le lavoratrici statali, mostrando così tutto il loro risentimento per non essere stati sentiti dal Governo su un tema così delicato.
Le ragioni del no dei sindacati si rintraccerebbero innanzitutto in un errore di metodo e di meriti da parte dell’Esecutivo. Secondo Raffaele Bonani della Cisl è infatti ” inammissibile che su un tema delicato come quello delle pensioni, il governo abbia deciso
unilateralmente, senza aprire un confronto con il sindacato, come si è sempre fatto per tutti gli interventi sulla previdenza».
Ma non si tratta solo di una questione di metodo ma anche di merito, sempre secondo il leader della Cisl che ha fatto notare come la proposta sia “una decisione sbagliata che ci riporta indietro negli anni, introducendo criteri di accesso differenziati alla pensione di vecchiaia per le lavoratrici pubbliche rispetto a quelle private. Il Governo può contrastare la sentenza della Corte di Giustizia europea facendo presente che il regime pensionistico pubblico non è un regime professionale distinto da quello legale generale. Semmai, nel futuro, il problema – rileva Bonanni – potrebbe essere risolto reintroducendo meccanismi più flessibili di accesso al pensionamento, superando la distinzione fra pensione di anzianità e di vecchiaia, cosa che era già stata fatta con la legge Dini“.
Contrario anche il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, che ha così commentato “L’intervento sulle pensioni non va bene nel metodo perché è la prima volta che viene presa una decisione del genere senza sentire il sindacato”. Per Epifani, inoltre, che la scelta è sbagliata anche nella tempistica in quanto avviene proprio in un momento di grave crisi e significa «scaricare il costo della crisi due volte sul mondo del lavoro e tre volte sulle donne lavoratrice».

L’Italia bacchettata dall’Osce

23294_webSono stati diffusi oggi i dati relativi al rapporto “Obiettivo crescita” dell’Osce e purtroppo per l’Italia non ci sono delle buone notizie. Il nostro paese, infatti, si piazza al 19esimo(su 29) posto ed è uno degli ultimi classificati nella categoria big, con una differenza pro-capite rispetto agli Stati Uniti di ben il 30%. “Il divario tra l’Italia e i paesi più performanti continua ad ampliarsi in particolare a causa della bassa produttività”, questo il giudizio dell’Osce.
Cosa fare?
Dal’Organizzazione suggeriscono di dare il via a riforme strutturali che spazino dal settore del lavoro, a quello dell’istruzione, dal servizio locale alle professioni al cuneo fiscale.
Ma non è solo la produttività a dare problemi. Sembra, infatti, che delle lacune ci siano anche nel basso utilizzo del lavoro, soprattutto tra i giovani, le donne e gli anziani. L’Osce raccomando quindi di abbassare le tasse sui redditi
Oltre alla minore produttività, a essere chiamato in causa è il basso utilizzo del lavoro, soprattutto tra giovani, anziani, donne e nel Sud.
L’Ocse raccomanda, quindi, di abbassare le tasse sui redditi da lavoro, di decentrare i rinnovi dei salari, di ridurre la proprietà pubblica, di liberalizzare le professioni e di migliorare le università.
Quindi l’Osce pur riconoscendo al nostro paese l’attuazione di riforme significative, soprattutto sul mercato dei prodotti, sottolinea la necessità di avviarne delle altre, tra le quali spicca la riduzione delle barriere alla concorrenza, il miglioramento del sistema di istruzione, soprattutto universitario, il decentramento della contrattazione salariale e la concessione di incentivi per l’innovazione. Lo studio sottolinea che “l’elevato livello di proprietà pubblica e i vincoli normativi nei servizi professionali e nei trasporti ostacolano la crescita della produttività”. Vanno quindi “eliminate le barriere all’ingresso nei servizi professionali, aboliti i tetti sui prezzi di tali servizi fissati dagli organismi di categoria, ridotte la proprietà e il coinvolgimento dello stato nei business dell’elettricità, del gas, delle poste e dei trasporti e va anche limitato il coinvolgimento degli enti locali nelle aziende di servizi”.
In materia di tassazione prioritario è il taglio delle tasse sui redditi da lavoro.
L’Ocse sottolinea che “resta alta” soprattutto per i redditi più bassi e va quindi ridotta, finanziandola con tagli alla spesa pubblica e con il rafforzamento della lotta all’evasione.
Tra gli altri obbiettivi poi ci deve essere un incremento del numero dei laureati, una riduzione delle disparità regionali nell’utilizzo del lavoro e la promozione di maggiori incentivi in termini fiscali.

La PA veste in rosa

donna in carrieraSebbene continuino ad essere pagate di meno e ad incontrare magggiori ostacoli nella propria carriera, il numero delle donne impegnate nella Pubblica Amministrazione continua ad aumentare. Secondo il Conto annuale della Ragioneria di Stato, infatti, il numero delle dipendenti pubbliche sarebbe salito al 55%, opernado quindi uno storico sorpasso rispetto agli uomini.
Sembra che dal 2001 la presenza delle donne nei pubblici uffici sia salita vertiginosamente, passando dal 51,3% al 54,7% del 2007, con un incremento di ben 3,4 punti percentuali, una cifra che a molti potrebbe apparire irrisoria ma che di certo deve essere considerata significativa in un paese dove la presenza femminile in Parlamento è minore anche rispetto al Burundi e al Vietnam.
Le donne, quindui, sono riuscite ad imporre la propria presenza nel settore pubblico, ma esistono ancora delle roccaforti che non sono riuscite a scalfire. Cosa dire, infatti, della carriera diplomatica dove la presenza femminile si ferma al 15,3%, o delle forze armate dove su circa 141 mila militari le donne sono appena 739, ovvero uno scarso 0,5%. Stessa sorte tocca alla polizia, dove la presenza rosa si attesta al 6,2%.
Ma quali sono le ragioni?
Secondo Rosa Pavanelli, segretaria nazionale della funzione pubblica Cgil, le ragioni “sono prettamente culturali, visto che l’occupazione femminile continua a concentrarsi in quei settori che sembrano essere la continuazione dell’attività di cura che la donna riveste all’interno della famiglia, come la scuola o il servizio sanitario.”
Proprio l’istruzione è il settore nel quale la presenza femminile è maggiore, toccando addirittura quota 77,3%, seguito dal settore sanitario, dove le donne rappresentano il 62,2%.
Nell’ambito pubblico la presenza delle donne è maggiore negli enti non economici(54,3%), negli enti previdenziali e assistenziali o presso la presidenza del Consiglio, mentre una sostanziale parità si registrerebbe nella magistratura(38,7%) e nella carriera prefettizia(49,7%).
Un calo del 2% si è registrato invece nei ministeri, dove le donne rappresentano il 51% dei dipendenti.
Un bel primato femminile è costituito dal fatto di rappresentare nella PA la “fascia” più istruita, visto che ben il 60% delle dipendenti è laureata. Nonostante ciò è ancora piuttosto difficile fare carriera, sfondando quello che comunemente viene definito “il tetto di cristallo”, ovvero quel “confine” che impedisce alle donne di accedere alle leve del comando.
Anche gli uffici statali continuano a registrare una scarsa presenza femminile, appena il 19% per la prima fasciae il 33% per la seconda, soprattutto per quanto riguarda le posizioni di vertice. Ad esempio all’Agenzia delle Entrate, dove pure le assunte sono state tra il 2004 e il 2008 ben il 53%, si continua a registrare un primato degli uomini alle dirigenze, ben il 71%.
Ma cosa penalizza le donne?
La risposta si rintraccia nel fatto che sulle donne pesa ancora la vita familiare, anche se non bisogna dimenticare che la classe dirigente risale a parecchio tempo fa, quando gli uomini erano ancora in netta maggioranza. Pare quindi che le cose dovrebbero migliorare con il passare del tempo, anche stando ai dati che tra il 2001 e il 2008 hanno fatto registare un’incremento della presenza femminile dal 28% al 48%.
Per quanto riguarda le retribuzioni, le donne guadagnano ancora il 15% in meno dei propri colleghi maschi, soprattutto nei posti di potere se solo si tiene conto degli stipendi percepiti da deputate e senatrici rispetto a deputati e senatori.
Se queste sono le condizioni, come mai ci sono tante danne nella pubblica amministrazione?
Le ragioni dovrebbero essere rintracciate nel fatto che nella PA si accede tramite concorso e quindi la logica della cooptazione miete meno vittime, oltre che nel clima meno competitivo che consente di conciliare meglio vita familiare e lavoro, grazie anche ad orari più gestibili e alla possibilità di optare anche per un part-time.
Sul tema del lavoro femminile è tornato di recente il ministro Renato Brunetta, il quale ha rilanciato la proposta di aumentare l’età pensionistica delle donne portandola da 60 a 65 anni.
La proposta del ministro ha suscitato molte reazioni. Rosa Pavanelli, della Cgil, ha commentato ” si tratta di una mistificazione della presunta discriminazione tra uomini e donne. Nel percorso lavorativo delle donne ci sono già diverse difficoltà, questa sarebbe un’ulteriore penalizzazione». Contraria anche Renata Polverini: «Già ora, nel pubblico come nel privato — precisa la leader Ugl — molte donne vanno in pensione qualche mese prima degli uomini. La possibilità di uscire prima dal mercato del lavoro è uno dei pochi riconoscimenti alle donne della difficoltà di occuparsi contemporaneamente del lavoro e degli aspetti familiari. Il nostro Paese si occupi prima di incentivare le politiche di welfare a sostegno della famiglia».