Anche i ricchi fanno i conti con la crisi

20090125-ricchi-piangono Anche i ricchi hanno pagato e probabilmente pagheranno ancora la crisi.
A dircelo è Forbes che nel pubblicare la sua consueta dei paperoni americani, ha sottolineato che ben 400 di essi hanno perso nel complesso 7 miliardi di dollari nel 2009.
Il calo dei patrimoni secondo Forbes colpirebbe proprio tutti, anche il primo in , Bill Gates, fondatore della Microsoft. In totale le fortune accumulate dai 400 ricconi americani toccano la quota del 1.270 miliardi di dollari, contro i 1.570 che cumulavano solo un anno prima.
In fumo sarebbero andati 300 miliardi, con i soli primi 10 in che hanno perso 39,2 miliardi di dollari.
I fattori che hanno colpito i ricchi americani sono gli stessi che hanno mandato a picco l’economia mondiale, come la pesante contrazione dei mercati azionari, la caduta dell’immobiliare, a cui si aggiungono anche qualche truffa e i divorzi, colpendo i patrimoni di 314 miliardari ma anche facendone sparire 32 dalla lista.
Tanti i nomi, più o meno noti, che hanno subito delle perdite significative: Allen Stanford, Omid Kordestani, il vice presidente del colosso Google ha dovuto fronteggiare una costosissima causa di divorzio, Bill Gates, fondatore di Microsoft, che ha pagato alla crisi un pedaggio da 7 miliardi di dollari.
Altro nome stranoto ai vertici della lista dei miliardari è l’uomo di affari Warren Buffet, che a sua volta ha perso tra il 2008 e il 2009 qualcosa come 10 miliardi di dollari, con la sua fortuna che è ora valutata in 40 miliardi di dollari.

Xerox l’azienda con la reputazione migliore

CoppaLa ha stillato anche quest’anno la classifica delle aziende con la miglior reputazione. Il primo posto è andato alla che guadagna il vertice dopo il quarto posto dello scorso anno.
Lo studio, condotto dalla società di consulenza Hay Group, ha riguardato manager, diretori e analisti chiamati ad esprimere un parere su circa 1.400 in base a parametri come la capacità di innovazione, il valore degli investimenti e la competitività globale.
ha conquistato il primo posto grazie al valore delle nostre persone, del nostro brand e della nostra capacità di innovare”, ha sottolineato Anne Mulcahy, Chairman e Chief Executive Officer di . “Investiamo e crediamo in questi valori, sapendo che in ogni singola persona contribuisce a creare la percezione che l’azienda riflette sul mercato”.
“Il riconoscimento che abbiamo ottenuto dal mondo rappresenta per noi motivo di grande orgoglio e soddisfazione, ed esprime la nostra storia caratterizzata da qualità del servizio, tecnologie all’avanguardia, impegno verso tutti i nostri dipendenti e verso le comunità in cui lavoriamo e viviamo”, ha aggiunto Mulcahy. “Questo riconoscimento rafforza ulteriormente il nostro impegno nei confronti del valore che continueremo a fornire a tutti i nostri stakeholder”.
I risultati complessivi dell’inchiesta verranno pubblicati nel numero del 16 marzo della e saranno anche consultabili alll’indirizzo http://money.cnn.com/magazines/fortune/mostadmired/2009/snapshots/451.html
“Qualsiasi azienda sappia raggiungere prestazioni soddisfacenti, preservando la propria reputazione anche in presenza della peggiore recessione economica degli ultimi 75 anni, è da ammirare più di quelle realtà il cui successo è strettamente legato ai momenti di boom economico”, ha sottolineato Geoff Colvin, redattore di Fortune nell’articolo che introduce la ricerca. “Una buona reputazione è una dote rara, e quindi preziosa più che mai – senza contare che, in un periodo di tumulti economici, è un aspetto ancora più volatile”.

Casa sempre più care e affitti in risalita

progetto-casaSono stati resi noti i dati diffusi dal Borsino immobiliare di Confedelizia, relativi alla vendita degli immobili in 104 province italiane, precisamente 47 ciità del Nord, 25 del Centro e 32 del Sud.
I dati confermano una certa stabilità dei prezzi ed un sostanziale ritorno all’affitto, ma stilla anche una delle città più care e di quelle più “low cost“.
Tra i valori massimi di compravendita registrati da Confedelizia, spicca Venezia con una media di 9.500 euro al metro quadro, seguita da con 7.800 euro al metro quadro e da con 7.500 euro al metro quadro.
Venezia si conferma la più costosa anche per le zone semi-centrali con 6.200 euro almetro quadro, seguita da al secndo posto con 5.000 euro al metro quadro e da con 4.600 al metro quadro.
E non c’è due senza tre visto che Venezia si aggiudica il podio della città più cara anche per gli affitti nelle zone periferiche.
Dove invece si compra spendendo meno è a Vibo Valencia con 350 euro al metro quadro inuna zona periferica mentre ce ne vogliono 400 per una zona semicentrale. Al secondo posto delle più “economiche” si piazza Trapani dove bastano 480 euro al metro quadro per compare un appartamento in una zona centrale.
“Nel 2008 avevamo previsto una caduta delle transazione e quindi una discesa dei prezzi delle abitazioni – spiega Corrado Sforza Fogliani, presidente di Confedilizia – e così si è verificato. Nel 2009 invece siamo convinti che ci sarà una stabilità sia del numero delle transazioni che dei prezzi. Questo in parte è dovuto ai disinvestimenti da attività finanziarie, dovuto alla , e al dirottamento della relativa liquidita’ negli immobili”.
Confedilizia, poi, sottolinea un ritorno all’affitto. ”Sono state confermate le previsioni di un anno fa circa il significativo aumento nel corso del 2008 del numero dei contratti di locazione -spiega Sforza Fogliani- risultato di diversi fattori, fra cui l’aumento dei tassi dei mutui. Per il 2009, prevediamo un consolidamento di tale ritorno di interesse per l’affitto, soprattutto a causa delle perduranti difficoltà di accesso al credito da parte delle famiglie”. Il presidente di Confedilizia, quindi, annuncia una campagna per favorire l’affitto: “Si chiamera’ ‘Casa Mon Amour’ per richiamare l’attenzione sugli oltre 40 mila immobili invenduti nei centri delle città -afferma Sforza Fogliani- e allora chiedo ai politici perché si continua a costruire, sottraendo zone all’agricoltura, al verde e all’ambiente. Vogliamo rilanciare l’affitto degli immobili già costruiti e allora proponiamo una cedolare secca al 20%, che stabilisca la non cumulabilità con altri redditi”. ”Oggi, invece -spiega Sforza Fogliani – l’attuale tassazione si aggira intorno al 50-60%. Con una tassazione cosi’ alta al proprietario di casa, pagate la tasse, rimane ben poco. E non siamo solo noi a dirlo che gli immobili hanno una scarsa redditività. In questo modo, invece, emergerebbero gli affitti in nero e si eviterebbero tutti quegli immobili sfitti”.

Trenitalia sul piede di guerra

trenitaliaIl rapporto di , relativo al terzo anno della campagna anti-evasione sui treni,ha assegnato le maglie nere, andate quest’anno alla Campania e alla Lombardia. E le Ferrovie dello Stato sembrano sempre più determinate a contrastare il fenomeno. Da quest’anno, infatti, annunciano le FS le multe non pagate si trasformeranno in cartelle esattoriali, sebbene sia in costante aumento il numero dei viaggiatori che preferisce pagare subito la sanzione.
Nel 2008 sono stati controllati circa 2 milioni e mezzo di viaggiatori con l’erogazione di 86.000 multe per mancanza di biglietto o per titolo di viaggio irregolare, pari ad un tasso medio di evasione del 3,4 per cento. Prima classificata la Campania la maglia con un tasso di evasione del 10,9 per cento, seguita da Lazio (4,7 per cento) ed Emilia Romagna (4,2 per cento), mentre i più virtuosi sono stati i sardi con un tasso di evasione appena dello 0,1%.
Sotto l’1 per cento l’evasione anche in Friuli Venezia Giulia, la Sicilia, il Molise, la Sardegna, le province autonome di Trento e Bolzano e l’Abruzzo. Da quest’anno, infine, le sanzioni comminate ai trasgressori e non pagate dopo 60 giorni diventeranno cartelle esattoriali. E potrà ricorrere alla “riscossione coattiva”dei crediti.

L’Italia bacchettata dall’Osce

23294_webSono stati diffusi oggi i dati relativi al rapporto “Obiettivo crescita” dell’ e purtroppo per l’Italia non ci sono delle buone notizie. Il nostro paese, infatti, si piazza al 19esimo(su 29) posto ed è uno degli ultimi classificati nella categoria big, con una differenza pro-capite rispetto agli di ben il 30%. “Il divario tra l’Italia e i paesi più performanti continua ad ampliarsi in particolare a causa della bassa produttività”, questo il giudizio dell’.
Cosa fare?
Dal’Organizzazione suggeriscono di dare il via a riforme strutturali che spazino dal settore del lavoro, a quello dell’istruzione, dal servizio locale alle professioni al cuneo fiscale.
Ma non è solo la produttività a dare problemi. Sembra, infatti, che delle lacune ci siano anche nel basso utilizzo del lavoro, soprattutto tra i giovani, le e gli anziani. L’ raccomando quindi di abbassare le tasse sui redditi
Oltre alla minore produttività, a essere chiamato in causa è il basso utilizzo del lavoro, soprattutto tra giovani, anziani, e nel Sud.
L’Ocse raccomanda, quindi, di abbassare le tasse sui redditi da lavoro, di decentrare i rinnovi dei salari, di ridurre la proprietà pubblica, di liberalizzare le professioni e di migliorare le università.
Quindi l’ pur riconoscendo al nostro paese l’attuazione di riforme significative, soprattutto sul mercato dei prodotti, sottolinea la necessità di avviarne delle altre, tra le quali spicca la riduzione delle barriere alla concorrenza, il miglioramento del sistema di istruzione, soprattutto universitario, il decentramento della contrattazione salariale e la concessione di per l’innovazione. Lo studio sottolinea che “l’elevato livello di proprietà pubblica e i vincoli normativi nei servizi professionali e nei trasporti ostacolano la crescita della produttività”. Vanno quindi “eliminate le barriere all’ingresso nei servizi professionali, aboliti i tetti sui di tali servizi fissati dagli organismi di categoria, ridotte la proprietà e il coinvolgimento dello stato nei business dell’elettricità, del gas, delle poste e dei trasporti e va anche limitato il coinvolgimento degli enti locali nelle di servizi”.
In materia di tassazione prioritario è il taglio delle tasse sui redditi da lavoro.
L’Ocse sottolinea che “resta alta” soprattutto per i redditi più bassi e va quindi ridotta, finanziandola con tagli alla spesa pubblica e con il rafforzamento della lotta all’evasione.
Tra gli altri obbiettivi poi ci deve essere un incremento del numero dei laureati, una riduzione delle disparità regionali nell’utilizzo del lavoro e la promozione di maggiori in termini fiscali.

Le imprese italiane sono dei dinosauri

DinosauroLe aziende italiane sono giurassiche e non riescono a capirel’importanza e le potenzialità dei nuovi strumenti forniti da Internet, in particolare dal Web 2.0.
E’ questo ciò che emerge dalla conferenza realizzata dall’ossevatorio sulla Multicanalità della School of Management del Politecnico di Milano. La ricerca ci fornisce dei dati piuttosto interessanti.
Innanzitutto il fatto che, in uno scenario di forte crescita sia della cosapevolezza che dell’utilizzo dei canali di accesso come Internet e il Mobile, i consumatori italiani tendono sempre di più ad approcciardi alle aziende attraverso “multicanali”.
Non è quindi un caso che Internet costituisca la prima fonte di ricerca per circa il 21% degli italiani, che il 23% dei consumatori preferisca gli acquisti on line, che i blog e i social network ricoprano un ruolo sempre più importante nella scelta di un acquisto, che il 27% dei consumatori, prima di comprare, legga le opinioni di altri consumatori sui forum, che il 15% dei consumatori rinunci all’acquisto di un prodotto nel caso in cui abbia letto delle recensioni negative, e chi più ne ha più ne metta.
Ora, mentre il consumatore fa un grande utilizzo della multicanalità, lo stesso non può dirsi degli “offerenti”, ovvero delle aziende che rivelano ancora una tendenziale inerzia a cogliere le occasioni offerte dalla multicanalità.
Le aziende sono state classificate in 4 cluster:
le “miopi“(25%) che non hanno la minima conoscenza dei nuovi strumenti di comunicazione on line, le “vorrei ma non posso“(25%), in cui qualcuno tenta la strada dell’innovazione ma rimane sostanzialemte inascoltato, le “vorrei ma non ci riesco“(50%), che vorrebbero fare qualcosa sul fronte della comunicazione crosmediale ma non hanno la minima idea del come, ed infine le “Yes we can“, che conoscono le otenzialità della crossmedialità e sanno anche come sfruttarle.
La ricerca ha anche messo in evidenza come nella fase di ingaggio del cliente le aziende italiane preferiscano affidarsi ai canali tradizionali, emerginando internet e i nuovi media nonostante una crescita a due cifre rispetto al 2007 .
Allo stesso tempo a mancare alle imprese italiane è anche una visione completa circa l’implementazione di una strategia di integrazione multicanale, che sappia ricomprendere tutte le fasi, dall’approcio al cliente, all’ascolto, al coinvolgimento del consumatore nei processi di creazione del valore dell’impresa. “Le motivazioni di tale mancanza di visione – si legge nel Rapport- sono legate a barriere di natura culturale, organizzativa, strategica e tecnologica che con intensità diversa in ciascuna azienda frenano un approccio strategico alla multicanalità.” In sintesi: Jurassic Management.

Arte, chi sopravviverà?

gerhard-richterAnche il mondo dell’arte non sembra sottrarsi alla grave situazione economica che il mondo sta attraversando. Così gli esperti di ArtTactit, presieduto da Anders Petterson, ha deciso di stillare una sorta di classifica, per verificare quali saranno gli artisti che riusciranno a resistere fino al 2019.
A rendere difficile il mantenimento della fama sarà, infatti, non solo la classica crisi del consensum alla quale gli artisti solitamente vanno incontro per il mutare dei gusti e delle mode, ma anche i prezzi del mercato artistico che sono in costante .
Così è stata presa in considerazione la possibilità per ciascun artista di mantenere il successo, congiunto al livello dei prezzi nel tempo.
L’indicatore, che è stato elaborato per la prima volta nel dicembre del 2008, mostra come gli anni più difficili per gli artisti saranno i primi due o tre e che, una volta superato questo periodo cruciale, si potrebbero dormire sonni tranquilli.
Quindi di chi saranno le opere che tra dieci anni potremmo continuare ad ammirare?
Secondo la mappa elaborata con il Survival Rating, nel 2019 terrà bene l’artista tedesco (1932) non subirà contraccolpi. Primo in classifica,Richter presenta infatti il più elevato grado di consensus, con il 91% degli intervistati concordi nell’affermare la sua “longevità”. Al secondo posto si piazzerebbe Jeff Koons che, grazie al suo 82% di consensi, non dovrebbe cadere nel dimenticatoio, seguito a ruota da Robert Gober con il 60% di giudizi favorevoli, nonostante l’andamento altalenante delle sue ultime aste. Positivo nel breve termine il consensus per Andreas Gursky (1955) mentre per il lungo termine, pur rimanendo tra i primi dieci “sopravvissuti”, la sua situazione sarebbe meno solida. Scende, invece, Richard Prince, soprattutto per il breve termine, mentre per quanto concerne il futuro si ipotizza che l’artista continuerà a godere di una certa fama, così come il danese Eliasson che si piazza a metà classifica.
E’ in dubbio, invece, la “sopravvivenza” del principe delle quotazioni, Damien Hirst, che nella classifica del Survival Rasting si piazza addirittura al ventunesimo posto, mentre a rischio sarebbe anche Paul McCarthy.
In risalita invece Takashi Murakami, la cui arte sofisticata e delicata, ci terrà compagnia anche per i prossimi dieci anni, mentre nessun problema ci sarà per l’americana Cindy Sherman che manterà un consensus molto alto per i prossimi 10 anni.
E che fine fa la video-art?
A difenderla nel 2019 ci saranno Bill Viola e il duo artistico Gilbert & George (1943, 1942), sebben per questi ultimisi registrerà un leggero calo dei consensi.
A rischio l’artista figurativa sudafricana Marlene Dumas (1953), per Cecily Brown (1969), George Condo, Shirin Neshat, che si piazzano nelle ultime posizioni.
E gli italiani?
Tra i sopravvissuti troviamo solo Maurizio Cattelan che raccoglie un buon 50% di giudizi positivi.
Infine, la classifica segnala anche quegli artisti contemporanei che andranno nel 2019 a fare compagnia aimostri dell’arte, sebbene si evidenzi come la loro situazione sarà nel tempo molto più vulnerabile per effetto del mix tra consensus e prezzi delle loro opere sul mercato.

Aziende, premiate le più antiche

podio.jpg La Family Business ha steso una classifica alquanto particolare; quella delle aziende più antiche al mondo, nella quale, a quanto sembra, l’Italia stravince. Se, infatti, a piazzarsi al primo posto è stata la locanda giapponese Houshi Onsen, risalente addirittura al 718, ben 13 sono le industrie made in Italy che si sono conquistate un posto.
Si parte con il secondo posto dove ex-equo si piazzano la Pontificia Fonderia Marinelli, che dall’anno mille si occupa della produzione di campane e la cantina Chateau de Goulaine. Al quarto posto un’altra italiana, la Barone Ricasoli, storica azienda produttrice di olio d’oliva e di vino, che opera a Siena dal 1141, seguita al quinto dalla Barovier & Toso, un nome storico del vetro di Murano. Scendendo lungo la classifica si incontrano altre due aziende, questa volta fiorentine.
Si tratta della Torrini, impresa produttrice di gioielli fondata dal capostipite Jacopo nel 1369, all’ottavo posto, e della Antinori, al nono, che produce vino dal 1385.
Il decino posto è occupato da un’azienda veneziana, la Camuffo di Portogruaro, impresa costruttrice di imbarcazioni fondata nel 1438, mentre il dodicesimo se lo accaparra Grazia Deruta, azienda ceramistica che opera a Torino dal 1500. Dopo questi piazzamenti nelle prime posizioni per ritrovare un’azienda italiana bisogna scendere fino al trentunesimo posto, dove troviamo la Cartiera Mantovana, fondata dalla famiglia Merenghi nel 1615, mentre sono state costituite tutte nel 700 le ultime italiane in classifica, la calabrese Amarelli Fabbrica de Liquirizie di Rossano Scalo, la laneria Fratelli Piacenza di Pollone, la Fonderia Daciano Colbachini di Padova e il Lanificio Conte di Schio.Insomma, sembra che in questa speciale classifica l’Italia sia riuscita a mostrare le sue qualità e una volta tanto ad eccellere.