Parlamento UE: nuova legge, “Small Business Act”

sbaIl Parlamento Europeo ha recentemente approvato una legge che, a parere Parlamentare, sarà in grado di far uscire l’Europa dalla crisi economica; in cosa consiste la legge? Semplice: finanziare il modello d’impresa piccolo-medio, sviluppandolo, grazie al cosiddetto Small Business Act.

Pare che di questa direttiva ne sia particolarmente interessata l’Italia, perché per natura è quella in cui è presente il maggior numero del modello d’impresa finanziato dalla nuovissima legge e che, al momento, è anche quello che si trova nella difficile gestione della situazione economica dello Stivale.

Come afferma Bankitalia, per il settore d’impresa medio-piccola in Italia si è resitrato un “inasprimento” delle condizioni, dovuto all’indebitamento, al costo ed alle garanzie sui finanziamenti per l’impresa. Il Ministro Scajola, che ha approvato lo Small Business Act”, informa che l’Italia è il primo Paese UE in cui questa direttiva è applicata, e che pare possa aumentare il PIL dello +0,3% ed assumere più lavoratori ogni anno.

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Torna lo scudo fiscale!

tremonti_giulio Addio al Dpef che dal prossimo anno verrà sostituito con il Dfp (Decisione di finanza pubblica) e ben tornato allo scudo fiscale, contestatissimo dalle opposizioni. Alla Camera, infatti, è arrivato il via libera del Consiglio dei Ministri al Documento di Programmazione Economica e Finanziaria 2010-2014 ed è stato presentato anche un emendamento al decreto anticrisi per favorire il rientro dei capitali depositati all’estero. L’imposta si applica su di un rendimento lordo presunto in ragione del 2% l’anno per i cinque anni precedenti il rimpatrio, con un’aliquota complessiva del 50% annuo complessiva di interessi e sanzioni. In pratica, l’aliquota sarà del 5%.
Per quanto riguarda invece il Dpef 2010-2014, il governo insiste sulla linea dell’ottimismo come arma per uscire dalla crisi e prevede che il 2009 sconterà ancora gli effetti della recessione internazionale con il Prodotto interno lordo in calo del 5,2%, ma già in ripresa nel 2010 quando la locomotiva Italia riprenderà a marciare con un +0,5% nel 2010 e un altro +2% per ciascuno degli anni 2011-2013.
Tenuta dei conti pubblici, coesione sociale e liquidità alle imprese, a partire da quelle piccole e medie. “Sono questi i principali obiettivi del documento – spiega il ministro dell’economia Giulio Tremonti – per contrastare e fronteggiare la crisi e risanare la finanza pubblica”. Obiettivi perseguiti già dal precedente documento, rivendica il numero uno di via XX settembre, dove “si parlava di crisi” e “c’era già chiara la traccia politica di quello che avremmo e abbiamo fatto” con obiettivi che sono “stati raggiunti”.
Confermate, comunque, le difficili prospettive già annunciate, nelle scorse settimane, dalle previsioni di Bankitalia e Confindustria, non mancano timidi segnali di ottimismo. Rimandato, quindi, al 2010 anche ogni spiraglio di uscita dal tunnel della disoccupazione, che quest’anno si attesterà sull’8,8% della forza lavoro.
Per quanto riguarda il debito pubblico, che nel 2008 si è attestato al 105,7%, salirà quest’anno di quasi dieci punti al 115,3%, toccherà il 118,2% nel 2010 per poi ridiscendere al 114,1% nel 2013.
Capitolo a parte per lo scudo fiscale. Il pacchetto di emendamenti presentati dal Governo e dai relatori al decreto legge anticrisi prevede che i capitali che si trovano nei Paesi extra Ue dovranno essere rimpatriati, mentre quelli che si trovano in Paesi dell’Unione europea potranno essere sia regolarizzati (lasciandoli all’estero) sia rimpatriati.
Nel testo non si fa riferimento esplicito una aliquota ma si riporta la formula di tassazione: “L’imposta si applica su un rendimento lordo presunto – si legge nelle relazione tecnica – in ragione del due per cento annuo per i cinque anni precedenti il rimpatrio o la regolarizzazione e con un aliquota sintetica del cinquanta per centro per anno comprensiva di interessi e sanzioni”.
Mentre la regolarizzazione delle attività “finanziarie e patrimoniali detenute almeno al 31 dicembre 2008” potrà avvenire dal 15 settembre 2009 al 15 aprile 2010. Quindi l’ombrello fiscale, nell’ultima versione, riguarda solo l’omessa dichiarazione e la dichiarazione infedele.
Lo scudo dovrà avere l’ok europeo e altri paesi, Stati Uniti in testa, stanno mettendo a punto regole simili”, assicura Giulio Tremonti. Ma le opposizioni insorgono, puntando l’indice su un “nuovo condono”. Inaccettabile, attacca il segretario del Pd Dario Franceschini; una misura che “serve solo a una piccola casta piduista”, per Antonio Di Pietro.
Confermata, infine, anche la parificazione tra uomini e donne per l’età pensionabile nel settore pubblico, imposta dall’Europa. Nel 2010 le impiegate statali andranno in pensione a 61 anni, dagli attuali 60. La soglia aumenterà poi di un anno ogni due per arrivare nel 2018 a quota 65 anni, età in cui oggi i loro colleghi di sesso maschile smettono di lavorare.

Italia:cresce ancora il debito pubblico

banca_di_20italia Conti pubblici italiani sempre più in rosso.
Sembra infatti che i conti pubblici vadano sempre peggio e che il debito italiano abbia infilato un nuovo record negativo arrivando a ben 1.752 miliardi di euro, mentre le entrate crollano a 4,5 miliardi.
E’ questo il quadro piuttosto nero che emerge dal supplemento Finanza Pubblica al Bollettino Statistico della Banca d’Italia, il quale analizza i primi cinque mesi del 2009.
Secondo i dati di Bankitalia il debito pubblico aveva raggiunto nei primi 5 mesi del 2009 quota 1.752.188 milioni di euro, crescendo di ben il 5,4%.
Per avere un idea più chiara basta solo pensare che al 31 dicembre 2008 il debito pubblico si era attestato a 1.662,55 miliardi, un incremento notevole quindi che viene anche amplificato dal fatto che nei primi 5 mesi del 2009 le entrate fiscali sono anche diminuite del 3,2%, ovvero 134,8 miliardi, contro i 139,3 miliardi dello scorso anno.

Crisi?La soluzione è la deregulation!

bankitaliaAumento del Pil di 5-6 punti in tre anni, consumi privati in crescita dell’8%, investimenti del 18%, esportazioni in forte aumento, con una robusta spinta all’occupazione (8%) e contemporaneamente ai salari reali (12%), è questo quello che si potrebbe realizzare secondo tre economisti di Bankitalia se si incentivasse la concorrenza nei servizi, in particolar modo nei settori del commercio, dei trasporti, delle comunicazioni, del credito e assicurazioni, delle costruzioni, dell’elettricità, del gas, dell’acqua.
L’aumento della concorrenza, infatti, condurrebbe ad una riduzione dei prezzi, ad un maggior consumo e quindi ad un incremento dell’occupazione e degli investimenti.
A renderlo noto sono stati Lorenzo Forni, Andrea Gerali e Massimiliano Pisani, in un working paper “Macroeconomic effects of greater competition in the service sector: the case of Italy”. Il paper non prospetta miracoli, ma semplicemente sottolinea come un graduale aumento della concorrenza sarebbe sufficiente a ricondurre l’attuale indice di profitto del 61% alla media dell’Eurozona che è invece del 35%, un livello comunque doppio rispetto a quel 17% registrato dalle imprese che producono beni e servizi.
Il margine record dei servizi “protetti” è reso possibile da barriere all’entrata, regolamentazioni dei prezzi e limitazioni alle forme d’impresa i quali, quindi, dovrebbero diventare le assi portanti delle deregulation.
Chiaramente gli autori lasciano campo libero ai politici per quanto concerne l’attuazione degli interventi, sebbene sottolineino che gli effetti positivi dovrebbero essere avvertiti anche sul welfare.
Tra il dire (economico) e il fare (politico) c’è di mezzo comunque il mare, e la crisi non aiuta di certo. Lo sanno bene Pier Luigi Bersani, padre delle ultime liberalizzazioni o il presidente dell’Antitrust Antonio Catricalà, che ha recentemente contestato l’impermeabilità delle professioni a ogni deregulation.
Staremo a vedere come finirà!

La Mercegaglie bacchetta il Governo

resizeScontro tra il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, e il premier, Silvio Berlusconi, sul reale sostegno o meno dato dal governo alle imprese. La Mercegaglie è diretta e accusa il Governo di non aver fatto abbastanza.
“Noi oggi lanciamo un appello al presidente del Consiglio richiamandolo alla gravità della situazione, facendogli presente che se non si agisce in fretta, se non si stanziano fondi veri a supporto delle imprese, c’è il rischio che nei prossimi mesi tante aziende possano fallire”.
“Continuiamo a credere che la ripresa ci sarà e alla fine dell’anno si potranno vedere alcuni segnali di miglioramento – ha aggiunto – ma è necessario agire subito e stanziare fondi veri per aiutare le imprese”. Il presidente di Confindustria chiede pertanto un intervento immediato che punti soprattutto ad avviare nuovi cantieri, a fornire garanzie alla pmi nonchè la concessione di sgravi fiscali al fine di facilitare la capitalizzazione delle imprese.
Ovviamente tutto questo senza dimenticare i lavoratori e soprattutto coloro che il lavoro lo perdono. La Mercegaglie, infatti, dopo aver espresso apprezzamento per le indennità stanziate dal governo ai lavoratori con un contratto a progetto, ha tuttavia precisato che “è essenziale dare un supporto vero, con soldi veri, a coloro che perderanno il posto di lavoro. Ed è importante che si parli anche di impresa, perché altrimenti il rischio è che si diano sussidi di disoccupazione alle persone che perdono il lavoro, senza riuscire a creare nuovi posti di lavoro”.
In sostanza per Confindustria servono soldi veri, interventi mirati e ponderati che consentiranno realmente al paese di uscire dalla crisi, fondandosi non più sui conflitti istiruzionali ma sulla collaborazione tra Bankitalia e governo, tra banche e imprese.

Visco “Il pil andrà sempre più giù”

ViscoPrevisioni sempre più nere di Banca D’Italia sull’andamento del Pil. Rispetto al dato del 2%, previsto nel Bollettino Economico di gennaio, le cose sembrano essere peggiorate, a causa dei dati diffusi dall’Istat per il quarto trimestre.
Il vice-direttore di Banca D’Italia, Ignazio Visco, ha infatti affermato che “tenendone meccanicamente conto e mantenendo il profilo di graduale ma continua uscita dalla crisi implicito nell’esercizio previsivo di gennaio, si vede come da una caduta del Pil del 2 per cento si passi per quest’anno a una caduta del 2,6 per cento”.
E putroppo le previsioni di Visco sembrano coincidere con quelle dell’Isae, che parla di una contrazione del Pil per quest’anno del 2,5% e con i dati di Confidustria, per la quale il calo sarà del 2,5%.
Deluse, quindi, tanto le aspettative del Governo quanto quelle di Bruxelles che avevano previsto un calo del 2% e che ora saranno costretti a correggere il tiro.
Dalla crisi attuale, ha spiegato Visco, “se ne uscirà lentamente e con una ripresa tendenzialmente moderata. Questo perché la risposta delle politiche economiche, pur rapida nella componente monetaria, ad ampio spettro nell’azione di revisione delle regole e della governance di mercati e istituzioni finanziarie, nel complesso imponente sul piano dei bilanci pubblici, correnti e soprattutto prospettici, non è ancora riuscita a contrastare la progressiva perdita di fiducia, che dagli intermediari finanziari si sta spostando sempre più sull’economia reale”.
“Le pecche degli strumenti di analisi previsiva sono chiare – ha osservato il vicedirettore di Bankitalia – le soluzioni sono in parte già delineabili; è necessario che gli sforzi nelle direzioni indicate siano celeri e intensi. Il governo dell’economia non può rinunciare a lungo, men che meno quando il presente è tempestoso e le prospettive incerte”.