Intel multata dall’UE

Intel_logo1,06 milioni di euro. Questo l’importo che la Commissione Europea ha deciso di infliggere ad Intel per abuso di posizione dominante e pratiche anticoncorrenziali illegali. Una cifra da record, vista che si tratta della multa più alta mai inflitta dall’organismo comunitario, alla quale si aggiunge l’ordine di interrompere immediatamente le pratiche giudicate illecite.
L’Antitrust ci è andata pesante, per la gioia di Amd, la rivale di Intel, che era stata gravemente danneggiata dai comportamenti scorretti.
Ma qual’è l’accusa?
Sembra che Intel abbia costituito illecitamente un cartello, versando a Media-Saturn-Holding (la holding proprietaria della catena MediaMarkt, in Italia MediaWorld) tra i 15 e i 20 milioni di dollari per esigere la vendita esclusiva di computer a marca Acer, Dell, Hp, Lenovo e Nec con processori Intel a bordo.
La “manovra” aveva suscitato le ire dei concorrenti, in particolare di Adm, che aveva presentato una serie di denunce all’Antitrust della Corea del Sud e del Giappone, la quale aveva risposto con sentenze positive, in attesa che la Fcc prendesse una posizione.
Ora anche l’UE ha detto la sua. In una nota della Commissione si legge che “per tutto il periodo ottobre 2002-2007 Intel ha avuto una posizione dominante nel mercato mondiale dei Cpu (microprocessori) x86, per almeno il 70% della quota di mercato, mercato che, su scala mondiale, vale circa 22 miliardi di euro l’anno, di cui il 30% circa generato in Europa.
Due le pratiche contestate dalla Commissione:la prima, concessione di sconti a fabbricanti di computer a condizione che le acquistassero la totalità o la quasi totalià dei processori x86, prodotti da Intel, la seconda, pagamenti diretti a favore di fabbricanti di computer allo scopo di arrestare o ritardare il lancio di prodotti specifici contenenti processori di tipo x86 dei concorrenti e di limitare i circuiti di vendita utilizzati da questo prodotti.
Tali azioni – si legge infine nella nota – “hanno danneggiato i consumatori in tutto lo spazio economico europeo, riducendo la capacità dei concorrenti di fare concorrenza attraverso la qualità intrinseca dei loro prodotto, e hanno minato la concorrenza e l’innovazione“.

Google books nei guai?

GoogleBooks_1Si complicano le cose per Google Books. Dopo lo scorso ottobre, quando si era riusciti a trovare un accordo tra il più noto motore di ricerca e gli scrittori statunitensi presentando un piano di transizione che tra l’altro fissava al 5 maggio il termine entro il quale gli editori potevano far valere i propri diritti, la situazione è nuovamente degenerata.
Un giudice federale ha, infatti, accolto la richiesta di un gruppo di editori americani di prorogare il termine di altri 4 mesi, mentre Google era disposto ad accordare una proroga di soli due. Il giudice ha però dato ragione agli editori i quali, quindi, avranno a disposizione un tempo molto più lungo per far valere i propri diritti.
Nel frattempo il Dipartimento di Giustizia statunitense ha aperto un’indagine per accertare se con l’accordo di transizione si pongono le basi per la creazione di una posizione dominante per l’editoria negli USA.
Accuse di questo tipo erano già state sollevate, sebbene questo non dia garanzia che l’inchiesta si chiuda a sfavore di Google.
Ma nelle trattative non sono coinvolti solo gli scrittori americani, ma anche quelli stranieri, visto che Google ha indicizzato le opere delle biblioteche statunitensi che nei loro cataloghi contengono anche volumi stranieri.
Gli editori italiani dal canto loro si dicono soddisfatti della proroga di 4 mesi concessa, annunciando tra l’altro la costituzione di un gruppo di lavoro tecnico nei rapporti tra Google, il Book Right Registry e gli editori europei, coordinato proprio da un rappresentante dell’AIE, Piero Attanasio, che ha spiegato: “AIE ha prodotto una serie di studi tecnici e documenti assunti dalla Federazione degli Editori Europei come posizione comune, che rilevano i problemi presenti nel database del Settlement e le possibili soluzioni. Si è creato un buon clima di collaborazione che speriamo porti i suoi frutti”. Un po’ tutti, quindi, restano ancora molto prudenti sul da farsi.

Tim e Wind multate dall’Antitrust

logoWindNuove multe sono piovute sulle società telefoniche. Nel mirino dell’Antitrust sono finite questa volta Telecom e Wind, multate rispettivamente per 735 mila euro e 165 mila euro: il motivo?Pratiche scorrette.
Guardando alle singole multe si scopre che Telecom è stata multata per 285 mila euro a causa di Alice 7 Mega, nello specifico per non aver correttamente informato gli utenti sulle caratteristiche del servizio, garantendo una velocità di navigazione che con quel servizio non è invece possibile raggiungere.
La seconda multa, di 235 mila euro, riguarda invece la pubblicità e nello specifico la diffusione di un messaggio pubblicitario per promuovere la tariffa Tim sogno, con la quale la Tim ha cercato di sollecitare il passaggio di clienti di altre compagnie alla propria gestione.
L’Autority ha ritenuto il contenuto delle due campagne pubblicitarie “incompleto e confusorio”, e ha così multato la Tim, senza contare poi i 215 mila euro chiesti per la pubblicità della tariffa Chiara di Tim.
Per quanto concerne Wind, la multa di 165 mila euro è da attribuirsi alle segnalazioni giunte sul presunto mantenimento del canone Telecom, nonostante Infostrada “nella sua comunicazione commerciale prospettasse la possibilità di sottoscrivere abbonamenti che avrebbero permesso di cessare il rapporto con l’operatore incumbent”. La pratica commerciale messa in atto da Wind “consiste nel non aver correttamente informato i clienti finali circa l’effettiva possibilità di interrompere il rapporto commerciale con Telecom”.

L’Antitrust contro i produttori di pasta

ARM125%7EPasta-PostersL’Antitrust è sempre vigile e al suo occhio attento non sfugge davvero nessuno.
La sua “scure” si è, infatti, abbattuta recentemente sui produttori di pasta che complessivamente dovranno pagare una multa di circa 12,5 milioni di euro.
L’accusa imputata dall’Agenzia garante ai produttori è quella di aver creato volontariamente e deliberatamente un cartello, al fine di accordarsi sugli aumenti del prezzo di vendita della pasta, uno degli alimenti base della nostra alimentazione.
Accanto all’industria è stata condannata anche l‘Unipi, l’associazione più rappresentativa del settore, che avrebbe appoggiato l’omogeneità “sospetta” dei prezzi di vendita della pasta. A fine 2008, infatti, il prezzo del grano era sceso del 38% rispetto all’inizio dell’anno, così chenon ci si riusciva a spiegare come il prezzo della pasta fosse invece salito del 23%. L’uniformità del prezzo, conseguenza del cartello, aveva così annullato la concorrenza a danno del portafoglio delle famiglie.
Ora a pagare la multa saranno 26 produttori che rappresentano circa il 90% del mercato italiano. Tra i nomi coinvolti spiccano: Amato, Barilla, Colussi, De Cecco, Divella, Garofano, Nestlé, Rummo, Zara, Berruto, Del verde, Granoro, Riscossa, Tandoi, Cellino, Chirico, De Matteis, Di Martino, Fabianelli, Ferrara, Liguori, Mennucci, Russo, La Molisana, Tamma, Valdigrano.

Tim e Vodafone multate

484500.000 euro ciascuno, questa la multa che è stata sanzionata a Tim e Vodafone dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. Il motivo?
Come si legge in una nota dell’ente la causa della sanzione sarebbe da attribuire ad “una modifica unilaterale e sistematica dei piani tariffari, senza fornire adeguate motivazioni al consumatore”.
A darne notizia l’associazione Altroconsumo che aveva denunciato il fatto all’Authority, chiedendo di prendere quanto prima dei provvedimenti visto che le modifiche non comunicate dalle due compagnie avrebbe comportato una mancanza di trasparenza che, a sua volta, avrebbe impedito ai consumatori di conoscere le caratteristiche dei nuovi piani tariffari.
Sempre secondo Altroconsumo le modifiche non comunicate avrebbero consentito a Tim e Vodafone di aumentare i propri rincari in un anno mediamente da 49 a 83 euro, con picchi di aumento che per singole telefonate hanno sfiorato anche il 100%.
“L’intervento dell’Antitrust – sottolinea Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo – dimostra la necessità urgente di introdurre la class action nel nostro Paese. L’istituto del risarcimento collettivo si adatterebbe perfettamente a casi come questi, dove, per tali pratiche commerciali scorrette, la multa acquista un significato formale e non restituisce alle migliaia di utenti le cifre incassate automaticamente dai gestori, senza che i consumatori avessero alcuna possibilità di essere informati e di scegliere”.
Una soluzione che sarebbe di certo importante ma che per ora è stata messa in soffitta dal decreto milleproroghe che ne ha rinviato l’esame al prossimo luglio.

Lobby e lobbisti italiani

banca_di_20italia.jpg Nuova magagna scoperta, e ancora una volta il primato spetta all’Italia.
Già perchè da una recente indagine condotta è emerso che circa l’80% dei fruppi finanziari del Bel Paese ha intrecci personali ed azionari fra concorrenti. Una cifra record che, a quanto sembra, ha sbaragliato qualsiasi altro concorrente in Europa.
A denunciare questa situazione a dir poco scandalosa è l’Antitrust che è giunta a queste conclusioni in seguito ad un’indagine conoscitiva effettuata su banche, assicurazioni e società di gestione del risparmio.
Pare, infatti, che all’interno di questi gruppi ben l’80% dei dipendenti abbia degli incarichi anche presso società concorrenti, creando in questo modo gravi problemi di trasparenza. E’ per tale motivo che l’Antitrust ha chiesto a gran voce l’attuazione di norme che permettano di vigilare più da vicino sul funzionamento della corporate governance.
Altro dato importante è che questa anolmalia è, a quanto sembra, solo italiana, visto che è inesistente per le imprese quotate in Spagna e in Olanda, mentre interessa quelle quotate a Parigi solo per il 26,7%, quelle tedesche per il 43,8% e quelle inglesi per il 47,1%.
Niente a che vedere, quindi, con le aziende italiane, dove la media è, come visto, circa il doppio.
Ancora una volta un bel primato che la dice lunga sull’affidabilità e soprattutto sui meccanismi che gestiscono le società finanziarie nel nostro paese.