Confindustria dice che si compra solo lo stretto necessario

Pochi soldi

Pochi soldi

Gianpaolo Galli, il direttore generale di Confindustria, sostene che la c risi che sta negativamente caratterizzando l’economia italiana, ha determinato una vertiginosa caduta nel commercio dello Stivale, anche nel settore export.

Pare che gli unici beni che si salvino da questa caduta siano le medicine e gli alimentari; no perché siano fruibili o accessibili, ma perché sono indispensabili.

Galli, infatti, denuncia una situazione di ristrettezza, in cui “si compra solo l’indispensabile”.

I settori come quello del legno, dell’arredamento e degli elettrodomestici, come si può intuire da quadro descritto dal direttore di Confindustria, sono quelli i cui affari vanno peggio.

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Alimentari alle stelle!

Spesa Continua a crescere a dismisura il prezzo degli alimentari che, secondo le stime della Coldiretti, ha raggiunto nel 2009 dei livelli davvero da record.
E i numeri parlano chiaro.
Nel corso di quest’anno i prezzi dei beni alimentari sono infatti saliti alle stelle, sebben si continui ancora a registrare un vero e proprio crollo dei prezzi della produzione agricola che, nel corso del 2009, sono calati di circa il 16%.
L’impennata dei prezzi non ha tuttavia bloccato il consumo che anzi sembra salito dello 0,9%, mettendo così a segno una crescita dei prezzi nove volte superiore al valore medio dell’inflazione.
Tutti questi dati sono contenuti in “Operazione verità sulla spesa alimentare degli italiani dalla Coldiretti”, un’indagine lanciata in occasione della giornata di mobilitazione promossa dalle Associazioni dei Consumatori (Adoc, Adusbef, Codacons e Federconsumatori) in Piazza Montecitorio a Roma.
“I consumatori italiani – sottolinea la Coldiretti – non hanno potuto beneficiare della forte riduzione dei prezzi agricoli che rischia invece di provocare l’abbandono delle campagne”.
Gli italiani – spiega la Coldiretti – spendono 205 miliardi all’anno in alimenti e bevande (141 miliardi in famiglia e 64 fuori) che rappresentano ben il 19% della spesa familiare ed “è quindi necessario – continua la Coldiretti – interrompere un trend che impoverisce cittadini e imprese agricole in un difficile momento di crisi economica”.

Consumi alimentari ai minimi

spesa_supermercato Il 2008 è stato un anno davvero difficile, soprattutto per le famiglie, che hanno dovuto fronteggiare rincari e riduzioni del potere d’acquisto. La crisi ha avuto dei significativi effetti innanzitutto sui consumi che sono diminuiti in maniera significativa.
Le ultime statistiche in merito sono state diffuse dalla “Relazione generale sulla situazione economica del Paese 2008″ redatta del ministero dell’Economia, secondo cui la spesa delle famiglie italiane lo scorso anno si è attestata complessivamente a 922,6 miliardi di euro, segnando in 4 anni una crescita di poco più del 10%.
Ad essere colpita dalla crisi soprattutto la spesa alimentare, per la quale si è registrata una contrazione dello 0,9%, mentre nel 2007 si era registrata una crescita dell’1,2%.
“Bene, anzi male, dopo un anno anche il ministero dell’Economia denuncia quello che noi denunciamo in tempo reale e cioè la situazione delle famiglie e l’andamento dei relativi consumi”, accusano le associazioni Adusbef e Federconsumatori. Che poi aggiungono: “Il prossimo anno ci diranno che i consumi saranno calati del 2,5-3,0% nel 2009 come già oggi noi sosteniamo”.
Intervenire stimolando la crescita, questo chiedono a gran voce le due associazioni che per bocca dei rispettivi presidenti fanno sapere che “la domanda potrà essere stimolata solo attraverso un processo di detassazione del reddito fisso di almeno 1200 euro annui a partire dalla restituzione immediata del fiscal drag“, altrimenti qualsiasi altro intervento “non eviterebbe quello che si sta purtroppo profilando sui consumi, sulla produzione industriale e sul Pil”. Un meccanismo di sostegno che, vede come necessario istituire assegni di sostentamento per i precari e per chi è allontanato dl ciclo produttivo.

Prezzi:l’Italia bacchettata dall’UE

unione_europea L’Italia tra i grandi Paesi produttori (Germania, Francia e Spagna) è l’unico dove la Commissione Europea ha rilevato un aumento dei prezzi al consumo per latte e formaggi, secondo i dati a febbraio 2009.
E’ quanto ha affermato la Coldiretti nel commentare la comunicazione del Commissario Europeo Mariann Fischer Boel che prevede la proposta dell’istituzione di “un sistema di monitoraggio dei prezzi delle derrate alimentare al fine di accertare se non ci siano pratiche potenzialmente anticoncorrenziali nelle catena di distribuzione, in particolare del latte e dei prodotti lattiero caseari.
In Italia – sottolinea la Coldiretti, impegnata in una mobilitazione nazionale – il latte viene pagato in media agli allevatori italiani 0,31 euro al litro mentre sugli scaffali arriva a 1,35 con un ricarico del 350 per cento dalla stalla allo scaffale. Oggi il latte agli allevatori italiani viene pagato meno di venti anni fa con le speculazioni che sono favorite dalla mancanza di trasparenza sulla provenienza della materia prima. Nessuno vuole la fortezza Italia o Europa, ma i consumatori italiani e le imprese vogliono sapere dove e come è prodotto il latte che importiamo. Questo – conclude la Coldiretti – è un diritto sacrosanto di trasparenza e informazione che nessun regolamento comunitario può negare.

UE, al bando gli standard di qualità

frutta-e-verdura Entra oggi in vigore l’abolizione degli standard minimi di qualità per la frutta e la verdura, stabilita dal Regolamento comunitario n.1221/2008. Lo rende noto la Coldiretti che sottolinea anche come aumenterà il rischio di trovare sui bachi frutta e verdura di scarsa qualità e a prezzi elevati.
L’associazione dei produttori agricoli spiega come a causa di questa norma si potrà subire facilmente una vera e propria invasione dei prodotti esteri, cosa che sta già avvenendo visto che le importazioni sono aumentate di circa il 22%.
Un vero danno per l’Italia, visto che il regolamento comunitario favorisce ampiamente le produzioni dove i controlli sono meno rigidi, colpendo invece duramente il nostro paese che è il principale produttore ortofrutticolo dell’Unione Europea con circa 24 milioni di tonnellate di frutta, ortaggi ed agrumi freschi, per un fatturato, compreso l’indotto, di 22,8 miliardi di euro.
In cosa consiste questo regolamento?
In pratica la Commissione Europea ha disposto l’abolizione degli standard minimi di qualità di 26 prodotti ortofrutticoli sui 36 esistenti. Vengono in pratica soppresse – sottolinea la Coldiretti – le regole sulla dimensione, il peso e la qualità di origine di alimenti come carciofi, melanzane, cavolfiori, cipolle, asparagi, piselli, ma anche nocciole in guscio, albicocche, meloni, prugne e cocomeri, che vengono assoggettati ad una generica definizione di merce sana, leale e mercantile, mentre nulla cambia per dieci prodotti ortofrutticoli ritenuti rappresentativi per il mercato. (mele, agrumi, pere, kiwi, insalate in genere, pesche e nettarine, fragole, peperoni, uva da tavola e pomodori).
I rischi secondo Coldiretti sono numerosi e riguardano, oltre la possibilità di acquistare prodotti scadenti, anche la diffusione di pratiche di concorrenza sleale da parte dei nuovi paesi dell’est a danno dei consumatori e delle imprese agricole nazionali e delle loro cooperative impegnate a garantire standard qualitativi da primato nella Unione Europea.
Coldiretti ha messo a punto anche un vademecum con una serie di consigli per difendersi. Ecco alcuni esempi:
- verificare sempre la presenza dell’etichetta di provenienza
- prediligere le varietà di stagione coltivate in serra o in pieno campo che presentano le migliori caratteristiche qualitative e il prezzo più conveniente
- preferire le produzioni e le varietà locali che non essendo soggette a lunghi tempi di trasporto garantiscono maggiore freschezza
- privilegiare gli acquisti diretti dagli agricoltori, nei mercati rionali e di Paese e nei punti vendita specializzati della grande distribuzione dove è possibile fare buoni affari ed è più facile individuare l’origine e la genuinità dei prodotti.

Spesa:vincono i cibi in scatola

ciboCambiano le abitudini alimentari degli italiani che sempre di più scelgono i cibi già pronti e le scatolette. A prediligere questo tipo di alimenti è, infatti, il 58% delle famiglie, il 31% dei giovani, ma anche anziani preoccupati di far rientrare tutte le spese nel budget-pensione.
E’ quanto emerge da una ricerca commissionata da Anfima (Associazione nazionale fra i fabbricanti di imballaggi metallici ed affini) e condotta da Linkom Research su un campione di 1.000 uomini e donne in Italia, che verrà presentata il prossimo 12 Giugno in occasione dell’assemblea annuale dell’associazione Anfima.
Con la crisi che impazza e con le stime sui prezzi degli alimenti in continuo rialzo, non è quindi caso che gli italiani stiano modificando le proprie abitudini d’acquisto, sia per quanto concerne i tempi che i luoghi. Pare che il 43% degli intervistati, infatti, opta per i grandi supermercati, il 37% per i discount, e solo il 14% resta fedele alla bottega sotto casa. Spesa settimanale per il 51% degli italiani, addirittura ogni quindici giorni per un altro 24%, mentre appena il 12% dichiara di fare i propri acquisti giorno per giorno.
Sulle ragioni della scelta, gli italiani hanno le idee chiare: al primo posto c’è proprio il costo contenuto (39%), al secondo la durata maggiore degli alimenti (31%), per finire con la praticità di piatti pronti per il consumo (26%). Quanto alla scelta, la lotta sembra impari. Il 52% degli intervistati, infatti, in tempi di crisi punta sulle scatolette, mentre il 28% si dirige al banco dei surgelati, e solo 16% sceglie cibi elaborati cosiddetti ‘ricettati’.
Anche qui i motivi della scelta sono chiari: secondo il 42%, infatti, i cibi in scatola sono sicuri e di qualità e consentono di avere in dispensa sempre una scorta pronta, mentre per un altro 35% sono più economici rispetto ai corrispettivi contenuti in tetrapak, vetro o ai prodotti freschi. E il risparmio a volte puo’ arrivare a oltre il 45%. Una scelta confermata dai dati del Consorzio Nazionale per il riciclo e il Recupero degli imballaggi in acciaio. Secondo il Cna, infatti, nell’ultimo anno quasi il 70% delle scatolette in acciaio immessi sul mercato sono stati avviati al riciclo, coinvolgendo nella raccolta differenziata il 78% degli italiani (43 milioni) sparsi in oltre 5.000 comuni.
Tra i prodotti in scatola più gettonati in questi mesi sicuramente il tonno con il 22%, tallonato dai pomodori pelati (20%) e legumi (19%). Ma nella lista anche new entry che parlano di un vera e propria rivoluzione dei consumi: dalla carne (11%) passando per piatti pronti come le insalatissime (10%) e i sughi (9%), il cambiamento dei gusti, tra l’altro è confermato dai dati industriali.
Secondo il presidente di Anfima, Lorenzo Pagani, “a seguito della crisi internazionale negli ultimi sei mesi abbiamo registrato, una contrazione sul fronte della produzione degli imballaggi metallici industriali e aumenti del costo della materia prima, ma siamo fiduciosi che sul fronte delle conserve alimentari, gli italiani con la crisi, apprezzeranno sempre di più le doti di sicurezza igienicità ed economicità delle scatolette”.